Presentazione di Arte

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Rinascimento veneziano

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Giorgione

Abbiamo pochissime notizie biografiche certe: nasce intorno al 1477/78 a Castelfranco Veneto, ma ben presto si trasferisce a Venezia, dove forse frequenta la bottega del già famoso Giovanni Bellini. Apprende il gusto per il colore e l’attenzione per la natura e il paesaggio e, da ancora giovanissimo, diventa punto di riferimento artistico e culturale della città.

Dipinte quasi esclusivamente per committenza patrizia, con cui condivide i gusti raffinati e gli ideali umanistici, preferendo quindi soggetti mitologici, allegorici o comunque fantastici rispetto a quelli religiosi. Spesso sono ispirati a un mondo di simboli e allegorie che, pur prendendo spunto da una realtà riconoscibile, finiscono per trasfigurarla in una dimensione pacata e senza tempo, dove il principale valore espressivo è dato dal colore piuttosto che dal disegno stesso.

Muore probabilmente di peste, poco più che trentenne, nel 1510

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Contesto Storico

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<p>Pala di Castelfranco</p>

Pala di Castelfranco

Realizzata su commissione del condottiero Tuzio Costanzo per la cappella di famiglia del Duomo di Castelfranco, fu dipinta intorno al 1504/05, e rappresenta la Madonna in trono fra i santi Nicàsio (cavaliere dell’Ordine gerosolimitano, di cui regge lo stendardo) e Francesco.

La pala presenta un’interpretazione innovativa della Sacra conversazione: invece che ambientata all’interno, sullo sfondo si apre un ampio e dolce paesaggio agreste. Il trono marmoreo quadrato, con le sottostanti alte predelle (quella in rosso = allusione a un sarcofago imperiale), ma anche la sottile parete che separa lo spazio pavimentato dalla natura retrostante, non hanno alcuna caratteristica di tipo architettonico, sembrano più dei puri volumi geometrici, come fosse un allestimento teatrale provvisorio.

All’orizzonte, gli alberi e la campagna, come i due soldati a riposo (simbolo di pace e concordia), i monti e la torre diroccata, non sono più considerati uno sfondo accessorio ma parte integrante del dipinto.

Se ci spostiamo nella parte anteriore della pala, la pavimentazione a piastrelle quadrate bicolori individua il punto di fuga molto alto, in corrispondenza al grembo della Vergine à questa è vestita con i colori delle 3 Virtù Teologali: verde smeraldo di speranza, rosso sangue di Carità, e bianco candido di Fede.

La prospettiva comunque non è “disegnata”, ovvero non è rigidamente costruita secondo regole geometrico-matematiche, piuttosto è suggerita attraverso il colore e le sue tonalità: è una prospettiva “dipinta”.

I personaggi, in meditazione, sono anch’essi modellati per masse di colore. Il Bambino, con grande realismo, abbassa lo sguardo per proteggersi dalla fonte di luce solare che inonda obliquamente la scena dalle spalle dell’osservatore.

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<p>Venere dormiente</p>

Venere dormiente

Poco anteriore al 1510, la grande tela è stata commissionata dal patrizio veneziano Girolamo Marcello, per il proprio matrimonio. Rappresenta la dea dell’amore, colta in un momento di dolce abbandono, morbidamente adagiata su soffici cuscini accomodati in mezzo a un prato. Nell’innocenza del volto, ruotato frontalmente, e nelle membra rilassate parallele alla diagonale del dipinto, Giorgione ha voluto ritrarre una donna, non una “Dea”; il suo fascino, sta soprattutto nella serena inconsapevolezza della propria nudità.

Alla bellezza umana corrisponde quella della natura e del paesaggio circostante: il prato fiorito e il cespuglio sembrano voler rendere più tranquillo il riposo. Il villaggio deserto sottolinea la dolce immobilità del pomeriggio estivo. Più lontano, a sinistra, si indovina la sagoma di un altro borgo, forse un castello, e in fondo emerge anche un imponente massiccio montuoso.

A questo paesaggio a più piano (illuminato dalla stessa luce dorata che modella il corpo di Venere) potrebbe aver partecipato anche Tiziano, che porta avanti le premesse artistiche di Giorgione.

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Tiziano Vecellio

Nasce a Pieve di Cadore intorno al 1488/90, e muore di peste il 27 agosto 1576 a Venezia, dove arriva ad appena nove anni. Da adolescente entra in contatto con Giovanni Bellini e Giorgione, presso cui approfondisce lo studio del tonalismo. Tiziano matura uno stile che prevede un uso tutto nuovo dei colori, stesi senza dettagliati disegni preparatori. Ne deriva una pittura di grande immediatezza e di forte espressività: le forme sono più accentuate che descritte, conferendo loro vivezza e realismo.

Le commesse sono sempre di più, di affreschi, teleri e ritratti, dei quali diventa il pittore più richiesto d’Europa, fino a essere nominato nel 1533 il pittore ufficiale dell’imperatore Carlo V.

Ormai famoso, nel 1552 impianta a Venezia un’efficiente bottega alla quale lascia i dipinti più ordinari, riservando a se stesso quelli di maggior prestigio. Prosegue nella sperimentazione di tecniche pittoriche nuove, arrivando anche a usare le dita al posto dei pennelli

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<p>Venere di Urbino</p>

Venere di Urbino

1538, commissionata da Guidubaldo II della Rovere, signore di Urbino, è ora conservato nella Galleria degli Uffizi a Firenze, e rappresenta una giovane donna nuda semidistesa su un letto in primo piano. L’ambientazione non è all’aperto, ma all’interno di una ricca dimora patrizia: gli unici accenni alla natura sono le fronde di un albero intraviste da una bifora e un vaso di mirto sul davanzale.

Sullo sfondo, a destra, sono raffigurate 2 ancelle: una in piedi, l’altra è inginocchiata di spalle mentre estrae da un prezioso cassone di legno gli abiti per la padrona. Ai piedi del letto, dorme un cagnolino acciambellato à fedeltà coniugale. Ancora una volta, donna e non Dea.

Se quella di Giorgione, è quasi inconsapevole della propria nudità, la Venere di Tiziano è perfettamente cosciente e forse orgogliosa: fissa l’osservatore con uno sguardo deciso è penetrante, privo di disagio.

Il tonalismo da perfetta consistenza volumetrica al corpo femminile, composto lungo la diagonale del dipinto. Il colore ambrato della pelle, e il biondo dei capelli, sono in forte contrasto sia con il tendaggio verde scuro alle sue spalle, sia con i grandi cuscini rossi e il mazzolino di rose (=amore) nella mano destra. Questi forti contrasti evidenziano la forma del corpo, dolce e decisa al tempo stesso.

La scena si apre prospetticamente verso destra, ed è il colore a determinare la successione dei piani: toni caldi del letto (quasi inondato d’una luce dorata), toni freddi nel cielo oltre il davanzale. Tutto ciò mette ancor più in primo piano la Venere

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Correggio

Nasce nel 1489 a Correggio, Reggio Emilia, e muore nel 1534. La sua formazione artistica è intimamente connessa con il territorio d’origine, e ciò lo possiamo dedurre anche dallo pseudonimo stesso dell’artista. La città natale è al tempo sede di una corte aperta al mecenatismo, grazie al governo dell’energica e colta Veronica Gambara, una nobildonna di origine bresciana, reggente in nome del figlio dopo la morte del marito Gilberto, conte di Correggio. L’intero dibattito artistico e culturale del primo Cinquecento, (le tendenze del Rinascimento fiorentino-romano e il cromatismo veneto) resta lontano dalla vita della tranquilla provincia emiliana. Ciò nonostante, Correggio riesce a maturare una tecnica pittorica straordinaria, tanto da supporre una sua presenza in Lombardia, a Mantova (dove potrebbe aver frequentato la scuola di Mantegna) e forse anche a Roma. In ogni caso, ogni contatto rimane solo uno stimolo esterno, utile per motivare la propria inventiva fantasiosa piuttosto che approfondire gli artisti a lui contemporanei.

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Assunzione in cielo di Maria

Affresco realizzato fra il 1526 e il 1530, fa parte della scenografica decorazione della cupola del Duomo di Parma (+ 4 pinnacoli: San Giovanni Battista, Sant’Ilario, San Tommaso e San Bernardo). L’opera parte dall’idea della corona di nubi in primo piano, da cui il pittore dà vita a uno spazio prospettico di incredibile profondità, collocando una serie concentrica di ulteriori strati di nubi, che presentano profeti, sibille, santi, beati, angeli e cherubini. Tutti questi personaggi, sembrano roteare nel cielo immaginario (quasi “avvitandosi”), e anche la Vergine con gli occhi e le braccia levati in alto partecipa a questo volo che la porterà al centro del dorato vortice di luce. Questo senso di movimento è mai visto prima, fuori da ogni ispirazione classica, ed è in realtà il prototipo (con 1 secolo di anticipo) di buona parte del barocco, dove l’immaginazione vince sulla razionalità, la ricerca del bello si fa trasgredendo le regole della natura, che quindi non si imita più. Tutto ciò è per mettere a nudo gli aspetti più strani e scenografici della natura stessa.

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Danae

Oggi conservata nella Galleria Borghese di Roma, fa parte di quattro oli commissionatigli da Federico Gonzaga, signore di Mantova e figlio di Isabella d’Este, una delle dame più colte e raffinate del secolo. Il tema di questa “collezione” sono “Gli amori di Giove”, e in ogni dipinto sono comuni le pose languide e sensuali.
In Danae, l’artista affronta in modo quasi giocoso un tema ripreso dalle Metamorfosi di Ovidio: dipinge la figlia del re di Argo, mentre un Cupido, poco più che fanciullo, le sta delicatamente scostando il lenzuolo che le copre il pube, così da rendere possibile l’unione tra ella e Giove. La giovane si offre con grazia sorridente, a una nube di pulviscolo dorato che le scende in grembo dalla soprastante nuvoletta, verso la quale si rivolge lo sguardo compiaciuto di Cupido.

In basso a destra, ci sono 2 amorini ignari di tutto, che battono le punte delle frecce di Cupido su una pietra, per verificare se siano d’oro o meno.

Composizione: il braccio destro della fanciulla e quello di Cupido si allineano orizzontalmente lungo la mediana maggiore, mentre i corpi di entrambi presentano la medesima inclinazione.

Ambientazione: interno di una semplice stanza caratterizzata dalla presenza di un angolo di finestra, che si apre su un cielo d’azzurro intenso, e da cui si vede la cima di una torre vicina. Questo è per far capire quanto è inespugnabile per un mortale il rifugio di Danae

La pelle della fanciulla è luminosa, e questo effetto è amplificato dal bianco acceso delle lenzuola e dei cuscini. La pelle si contrappone con forza all’ombra dello sfondo, e questa contrapposizione rafforza la sensazione di intimità dell’opera