La prima Rivoluzione industriale, avvenuta in Inghilterra tra il 1750 e il 1830 circa, ha scatenato un grande dibattito tra gli storici dell'economia riguardo alla vera natura, alla velocità e all'intensità di questa trasformazione. Da una parte si colloca l'interpretazione della "vecchia scuola", rappresentata da autori storici come Arnold Toynbee, Eric Hobsbawm e David Landes. Secondo questa visione tradizionale, la Rivoluzione industriale rappresentò una brusca, profonda e irreversibile discontinuità rispetto a tutto il passato economico dell'umanità. Essa segnò il passaggio definitivo da tassi di crescita economici insignificanti a ritmi molto elevati, guidati da un'ondata di innovazioni tecnologiche nate da una stretta connessione tra scienza e tecnica. La fabbrica moderna prese il posto delle vecchie botteghe, modificando radicalmente l'organizzazione del lavoro, i rapporti sociali e l'intera struttura della società, con un processo che non sarebbe più tornato indietro. Dall'altra parte si contrappone l'interpretazione della scuola "revisionista", emersa a partire dagli anni Settanta del Novecento in concomitanza con le crisi petrolifere e la stasi economica. Partendo da una revisione critica dei dati statistici sul prodotto nazionale, i revisionisti ridimensionano fortemente il carattere "rivoluzionario" del fenomeno, descrivendolo come un processo molto più lento, graduale, frammentato ed evolutivo. Secondo questa lettura, all'inizio i tassi di crescita furono modesti e l'economia moderna rimase a lungo confinata a pochissimi settori isolati, primo fra tutti il cotone. Fino alla metà dell'Ottocento la scienza applicata giocò un ruolo marginale, l'energia idrica continuò ad affiancare quella a vapore per lungo tempo, e la maggior parte delle innovazioni fu il frutto di piccoli miglioramenti pratici messi a punto quotidianamente da artigiani e operai esperti sul campo, piuttosto che dall'applicazione diretta di teorie scientifiche astratte.