Note di studio: Introduzione alla storia della globalizzazione (Pomella)

L’oggetto

La storia economica è la disciplina che studia gli avvenimenti economici e la politica economica dei diversi Paesi nel breve e nel lungo periodo. Nel breve periodo essa descrive ed interpreta fatti, congiunture, fluttuazioni e quant’altro non sia conseguenza del mutamento dei dati fondamentali dell’economia, quali le tecniche e l’organizzazione della produzione, la quantità di risorse disponibili o la distribuzione per sesso e per età della popolazione. Nel lungo periodo, invece, la storia economica esamina l’evoluzione dei sistemi economici, le problematiche dello sviluppo, i trend o movimenti secolari e quant’altro inerente alle trasformazioni della struttura dell’economia. Il concetto di sistema economico, definito come l’organizzazione economica complessiva esistente in una determinata area geografica, aiuta a chiarire la differenza tra analisi statica e dinamica: nella prima non vi è alcuna tendenza al cambiamento perché le forze interne si bilanciano e l’offerta e la domanda restano costanti, mentre nel lungo periodo la popolazione muta in quantità e nella struttura per sesso e per età, con effetti sui bisogni dei consumatori e sulle condizioni della domanda, richiedendo l’adeguamento dell’offerta, l’innovazione di prodotti e processi e, quindi, un accumulo espanso delle risorse per sostenere nuovi bisogni.

La riproduzione può essere descritta in due modi: la riproduzione semplice, in cui il sistema si riproduce sempre uguale a se stesso senza accumulazione o surplus, e la riproduzione allargata, che implica accumulazione e innovazione per far fronte a bisogni crescenti o mutati. Come hanno osservato i teorici, i sistemi economici possono essere rappresentati come fenomeni di stato (statici) o come fenomeni di movimento (dinamici): una singola rappresentazione fissa uno stato, una sequenza di rappresentazioni evidenzia i mutamenti nel tempo e la direzione del processo di sviluppo (Manca, I, 1987, p. 32).

L’approccio dinamico di lungo periodo, su cui si è soffermata la storiografia prevalentemente marxista, ha applicato l’analisi alle successioni dei diversi sistemi – feudale, mercantile, capitalistico, collettivistico – e ha trovato un nuovo campo di indagine nello studio delle problematiche dello sviluppo economico. All’indomani della seconda guerra mondiale, con l’affermarsi della decolonizzazione, si cercò di determinare elementi comuni della crescita anche per le economie che avevano ottenuto l’indipendenza, attingendo all’esperienza dei Paesi a capitalismo avanzato per individuare misure di politica economica in grado di innescare un processo di crescita autonoma e analizzare i fattori che provocano un incremento della ricchezza nazionale. Se la complessità dell’oggetto d’indagine induce a semplificazioni appropriate, esso resta tuttavia una disciplina che tiene conto non solo dei fatti ma anche delle caratteristiche fisiologiche e psicologiche dell’uomo e delle sue peculiarità mentali, sociali e culturali, sia a livello individuale sia a livello collettivo (Cipolla, 1988, p. 3). È necessaria l’adozione di un paradigma interpretativo che permetta di classificare gli avvenimenti secondo un ordine logico: storia economica ed economia si integrano, ciascuna fornendo conferma all’altra, affinando teorie e interpretazioni. Infine, la storia economica considera che la storia breve, quella dell’interciclo e quella della lunga durata possano avere temporalità diverse rispetto alle modalità di analisi economica; Michel Vovelle ha sintetizzato questa triplice temporalità nel concetto di tempo breve della crisi, tempo medio dell’interciclo e tempo del movimento di lunga durata, offrendo una cornice utile per distinguere livelli di analisi e di interpretazione. Un discorso che intreccia tali temi ha anche raccontato come la storiografia marxista abbia spinto l’attenzione sullo sviluppo dalle società tradizionali a economie di consumo di massa, a elevati tassi di investimento e a innovazione tecnologica, con l’analisi delle misure di politica economica necessarie a dare impulso a una crescita autonoma. In questa cornice, le interrelazioni tra storia economica ed economia e le loro eventuali dicotomie tra regolarità e discontinuità conducono allo studio e alla definizione del metodo della storia economica, offrendo strumenti per capire come i mutamenti si realizzino nel tempo e come la teoria possa essere costantemente messa alla prova dai fatti.

Nel contesto della storia economica, l’esame delle interazioni tra sviluppo economico e sviluppo storico ha portato a considerare come la disciplina possa offrire una lettura integrata dei fenomeni nel quadro della globalizzazione, mettendo in luce le dinamiche che legano demografia, strutture produttive, innovazione e politiche pubbliche all’interno di un quadro di lungo periodo. Proprio in questa ottica, la storia economica si propone di analizzare non solo la descrizione dei fatti, ma anche le condizioni di possibilità dello sviluppo e le trasformazioni delle basi produttive e organizzative che consentono o ostacolano l’accumulazione di risorse necessaria per far fronte a bisogni in evoluzione. In quest’orizzonte, l’approccio di lungo periodo è stato utilizzato come cornice per riflettere sulla natura stessa dei sistemi economici e sul ruolo delle trasformazioni strutturali nel plasmare il percorso storico delle economie.

La disciplina ha anche accolto contributi metodologici diversi: dall’uso di dati statistici per la costruzione di serie storiche delle variabili economiche all’introduzione di concetti come la modulazione del tempo; dalla considerazione delle condizioni di contesto sociale, politico e culturale alle nuove letture che hanno messo in luce il nesso tra crisi e sviluppo. L’obiettivo è offrire una comprensione non solo descrittiva, ma anche interpretativa e classificatoria degli eventi economici nel tempo, valorizzando la complementarietà tra storia economica ed economia come strumenti per una comprensione più profonda dei processi di crescita, di sviluppo e di trasformazione dell’economia nel contesto globale.

Il metodo

Il metodo è il processo di razionalizzazione di una scienza o di una dottrina allo scopo di determinare le uniformità o le leggi che ne regolano l’oggetto studiato. I metodi seguiti dall’economia politica, prima, e dalla storia economica, poi, sono stati per lungo tempo contrapposti, per trasformarsi, negli anni recenti, da alternativi a complementari. L’economia nacque come scienza organica tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo in Inghilterra. Adam Smith, David Ricardo e Thomas Robert Malthus raccolsero i tasselli di un mosaico complesso ma incompleto di dottrine degli aritmetici politici, degli epigoni del mercantilismo decadente e, soprattutto, dei fisiocrati francesi, giungendo a un’elaborazione teorica e a una concettualizzazione sistematica dell’economia. La loro autorità scientifica fu tale che furono successivamente definiti i fondatori della “scuola classica”, i cui contenuti saranno esaminati nel capitolo successivo. Il metodo seguito dai classici fu di tipo logico-deduttivo: partendo da norme astratte ma comuni di comportamento dei singoli soggetti economici – ad esempio il perseguimento dell’interesse personale con il minore sforzo possibile –, essi individuavano le uniformità che regolano il sistema economico e i rapporti tra le sue grandezze interne. Il metodo deduttivo si basava su un postulato e sulla conseguente scoperta di leggi che regolavano il corretto funzionamento economico dell’ordinamento sociale. La filosofia giusnaturalistica dell’epoca sosteneva l’esistenza di una armonia generale tra gli interessi umani e aveva fiducia nel funzionamento del sistema libero concorrenziale, rifiutando qualsiasi intervento dello Stato nell’economia. L’equilibrio economico era visto come risultato del mercato, mediante il meccanismo dei prezzi e le leggi della domanda e dell’offerta; il libero scambio, la divisione del lavoro e la specializzazione internazionale avrebbero, secondo i classici, aumentato la produttività e favorito il soddisfacimento dei bisogni individuali. Il metodo deduttivo era giustificato dall’ottimismo della scuola classica, che operò come laboratorio di analisi dell’Inghilterra durante la prima rivoluzione industriale, teorizzando i meccanismi che regolavano l’inizio del capitalismo e consideringoli come leggi valide nel tempo e universali, perché radicati nella natura umana e ritenuti eterne.

Questa dottrina si diffuse rapidamente anche in Francia, dove l’ideologia liberista trovò terreno fertile grazie anche agli eventi della rivoluzione del 1789. Per Jean-Baptiste Say, le leggi dell’economia sono insite “nella natura delle cose; non occorre decretarle, ma scoprirle; esse governano legislatori e principi e non possono essere impunemente violate”. Il metodo, quindi, resta logico-deduttivo e la validità dei risultati dipende dalla correttezza delle premesse (Roll, 1992, pp. 197 e 325-326). L’esistenza di un paradigma del comportamento umano, di leggi che regolano il mercato e, più in generale, l’interpretazione contenutistica e metodologica dell’economia da parte dei classici furono decisamente avversate in Germania tra il 1843 e l’inizio del secolo successivo da un gruppo di studiosi considerati i fondatori della storia economica: Kant, Roscher, Hildebrand e Knies, che privilegiarono un metodo induttivo, basato sull’osservazione sistematica dei fatti, e usarono la storia economica come strumento di elaborazione teorica. Secondo loro, le leggi dell’economia sono relative, legate a contingenze storiche e a condizioni geografiche, ambientali e istituzionali, e non universali; inoltre le leggi morali dovevano essere distinte dalle leggi naturali. In questa cornice, Schmoller e i rappresentanti della nuova scuola storica Distinsero tra leggi morali e leggi naturali: le prime operano in una realtà mutevole quale è la società e giungono a conclusioni relative, mentre le seconde, tipiche della fisica, hanno carattere universale. La scuola storica riteneva che le leggi morali dell’economia fossero relative e dipendenti dal contesto storico-istituzionale, mentre i marginalisti, di derivazione neoclassica, sostenevano leggi economiche simili a leggi fisiche, universali e astratte. Schmoller riconobbe la complementarietà tra il metodo induttivo e quello deduttivo, limitando l’uso del secondo alle premesse derivanti dall’osservazione empirica; i neoclassici, invece, pur mantenendo la struttura deduttiva, valorizzarono la maggiore attinenza alla realtà delle leggi economiche, soprattutto per la possibilità di quantificarle e di confrontarle con l’osservazione empirica. Se è vero che la scuola storica non elaborò una teoria dell’economia in senso stretto, essa fornì un impulso determinante agli studi di storia economica e contribuì a una vasta produzione di monografie che definirono strumenti concettuali, metodi di ricerca e categorie analitiche. La sua influenza fu tale che molti studiosi anglosassoni andarono in Germania per ottenere il titolo di dottore. Negli anni ’20 e ’30 la collaborazione tra storici ed economisti portò a teorie sui cicli economici, basate sull’analisi delle serie dei prezzi e della produzione. La storia economica divenne un supporto irrinunciabile allo studio dell’economia del sottosviluppo dopo la seconda guerra mondiale. L’interazione tra economia e storia economica si rinsaldò anche attraverso la new economic history o cliometria, che ha recuperato l’approccio neoclassico attraverso modelli matematici che studiano le interrelazioni tra variabili storico-economiche; tale approccio permette di “dedurre” grandezze non note a partire da quelle note, o di impiegare una variabile come proxy quando l’altra non è ricostruibile (Tipton, 1992, p. 70). La new history nasce quindi come risposta sia alle interpretazioni neomarxiste sia a quelle storicistiche, affermando una disciplina autonoma che, pur attingendo dalla matematica e dall’economia neoclassica, mantiene una chiave di lettura critica della storia economica e dei suoi processi. L’influenza della cliometria si è rafforzata nel contesto accademico moderno, dove storici ed economisti collaborano per costruire modelli che permettano di comprendere meglio l’evoluzione delle economie nel contesto globale, mettendo in luce le dinamiche di sviluppo, crisi e interdipendenze tra paesi e regioni. La storia economica, in questa prospettiva, si colloca come disciplina che integra metodi, dati e teorie al fine di offrire una comprensione approfondita del funzionamento delle economie nel tempo e nello spazio, nonché delle trasformazioni che hanno reso possibile la globalizzazione che conosciamo.