Charles Baudelaire
La vita di Charles Baudelaire è breve, vive 46 anni, riflette l’immagine del poeta maledetto,
bohème (scapigliato) e geniale.
L’infanzia di Charles Baudelaire è stata traumatizzante. Alla sua nascita nel 1821 a Parigi, suo padre
ha sessanta anni, sua madre ventisei. Il padre muore quando Charles ha sei anni, e la giovane madre
vedova si risposa un anno dopo con il comandante Aupick, un militare promesso a una gloriosa
carriera. Charles odia Aupick al punto di sollecitare gli insorti delle barricate del 1848 a fucilare il
comandante. L’adolescente è mandato in collegio a Lione, in seguito espulso per indisciplina.
Nel 1841, Baudelaire si imbarca per l’India ma non arriverà mai a Calcutta: durante il viaggio si
annoia e sbarca nell’isola Mauritius dove viene colpito da una forte nostalgia e decide di tornare in
Francia. Questo viaggio però gli lascerà un certo gusto per l’esotismo.
Di ritorno a Parigi, Baudelaire prende possesso dell’eredità lasciata dal padre ma sperpera i suoi
averi con una velocita incredibile, cedendo al gusto per il lusso e comprando oggetti d’arte. Inizia ad
indebitarsi e così sua madre decide di assumere un tutor finanziario che solo ogni mese fornisce a
Charles una piccola parte dell’eredità.
Si dedica ai “Paradisi artificiali” (pubblicherà sotto questo nome una raccolta di poesia nel 1860):
hashish, oppio e vino. Scrive molto, nel 1857 la raccolta “I fiori del male” viene pubblicata e molte
poesie sono condannate per immoralità. Una nuova versione rimaneggiata con diverse parti
cancellate esce nel 1861. Nel 1862 Baudelaire scrive “Lo Spleen di Parigi”.
È sempre molto depresso e pieno di debiti. Parte per il Belgio dove viene colpito da un attacco che lo
lascia semiparalizzato e afasico. Dopo un anno di sofferenza murata nel silenzio, Baudelaire si
spegne il 31 agosto 1867.
La parola spleen dà il titolo a quattro poesie di Baudelaire, e il suo significato non è immediatamente
traducibile in italiano. Si tratta di una parola inglese che esprime noia esistenziale, profonda
malinconia, accidia. Deriva dal greco splén, “milza”: nella medicina antica, infatti, si riteneva che la
malinconia fosse provocata da un eccesso di bile.
Lo spleen è lo stato d’animo di chi prova disagio, insoddisfazione, malinconia e fastidio per tutto e
tutti, senza che vi sia una ragione. È una sensazione che ritorna molto spesso negli autori del
Romanticismo e del decadentismo, specie francesi e inglesi. In Baudelaire, lo spleen è conseguenza
del confronto tra l’artista e il mondo moderno, che provoca in lui un senso di disadattamento. Il
poeta cerca allora di proteggersi da questa violenza con la sua arte, che trasforma in immagini le
sensazioni e gli stati d’animo dell’autore.
Spleen è il titolo di quattro poesie dei Fiori del male (1857), per l’esattezza i componimenti LXXV,
LXXVI, LXXVII e LXVIII della sezione intitolata Spleen e ideale (Spleen et idéal). Il più famoso è però
l’ultimo, in cui Baudelaire ricorre a una serie di immagini violente per evocare un senso di angoscia,
oppressione, dolore.
La prima quartina paragona il cielo a un coperchio che schiaccia l’anima, e nella seconda la terra è
tramutata in un’umida segreta, dove la Speranza è un pipistrello imprigionato che sbatte le ali. Le
gocce di pioggia che cadono disegnano come le sbarre di una prigione, i ragni hanno tessuto le loro
tele nei cervelli delle persone, le campane esplodono in grida verso il cielo. L’ultima quartina chiude
la poesia con la scena di un corteo funebre. La Speranza è vinta, L’Angoscia pianta la sua bandiera
nel cranio del poeta.
La poesia è quindi divisa in due parti: la prima (vv. 1-16) descrive lo stato d’animo del poeta,
mentre la seconda (vv. 17-20) è dominata dalle figure della Speranza (morta) e dell’Angoscia. Il
senso generale del componimento è chiaro: è il senso di disperazione e disagio che attanaglia
l’uomo, e a cui egli stesso non è in grado di dare una spiegazione.
“Corrispondenze” di Charles Baudelaire è il manifesto letterario della poesia simbolista ed è
contenuto nella sezione “Spleen e ideale”, de “I fiori del male” (1857). Il titolo Corrispondenze
rimanda ad una realtà più profonda che si può conoscere attraverso i simboli che vediamo, che
corrispondono a un qualcosa di non visibile, ossia all’essenza del mondo.
Il linguaggio utilizzato in questa celebre poesia di Charles Baudelaire, si basa tutto su sinestesie,
analogie ed enjambement. Baudelaire vuole raccontare le sensazioni sensoriali, rendendole quasi
palpabili. I colori, i profumi, sembrano prendere vita. La musica stessa ha un ruolo importante, intesa
come mezzo conoscitivo della realtà. Tutto questo perché il poeta è come un veggente, che riesce
ad andare al di là delle apparenze per cogliere la rete fitta di significati sotto la realtà circostante
(la attraversa l’uomo, tra foreste di simboli dagli occhi familiari). La poesia non si colloca sul piano
della comunicazione logica, intuitiva, razionale, ma agisce su livelli più profondi, assumendo il valore
di rivelazione del mistero.