Letteratura e Cultura Italiana del Secondo Novecento: Neorealismo, Esistenzialismo e Grandi Autori
L'Esistenzialismo e le basi filosofiche del Novecento
L'esistenzialismo rappresenta la filosofia dominante del periodo post-bellico, fungendo da matrice per la riflessione sul cosiddetto "male di vivere". Sebbene le radici di questa corrente si possano rintracciare in pensatori come Kirkegaard e Nietzsche, il teorico principale e sistematico della filosofia esistenzialista è Jean-Paul Sartre. Etimologicamente, il termine deriva dal latino "ex-sisto", dove il prefisso "ex" indica un movimento verso l'esterno, un uscire da. Esistere significa dunque vivere stabilmente, realizzarsi ed emergere. A differenza dei grandi sistemi di pensiero del passato, che cercavano di strutturare il senso della vita in schemi filosofici ampi e onnicomprensivi, l'esistenzialismo si concentra sull'analisi della realtà modesta dell'individuo nel momento preciso in cui egli vive e si realizza.
Concetto cardine di questa riflessione è il termine tedesco "Daisen", tradotto come l'"esserci" o l'"andarci". Esso rappresenta il momento preciso in cui l'uomo vive e sperimenta la propria percezione esterna sulla Terra. L'esistenza umana è caratterizzata da una profonda precarietà: l'uomo nasce dal nulla, si realizza per un istante e torna in una situazione di non esistenza, rendendo la vita qualcosa di sfuggente e ineffabile. Questo implica intrinsecamente il concetto di limite e incertezza. In ambito accademico, tale limitatezza è stata spesso messa in relazione con il concetto matematico di limite, specificamente quelli che tendono all'infinito: . La percezione di questo limite porta a un senso di smarrimento e all'angoscia esistenziale, rendendo l'atto stesso del vivere un rischio continuo.
Sartre, nella sua opera fondamentale "La Nausea" del $1938$, descrive questo malessere come un disgusto nei confronti della vita stessa. In questa condizione di finitezza, l'unica via d'uscita per l'uomo è prendere atto della propria limitatezza e vivere coraggiosamente, rischiando. Un concetto emblematico dell'opera sartriana è l'invito a vivere "come se valesse la pena di vivere", pur sapendo che, di fatto, non ne vale la pena. Questa prospettiva si lega anche alla necessità di ricercare forme di fratellanza, analogamente a quanto proposto da Giacomo Leopardi ne "La Ginestra".
Linguistica, semiotica e contesti culturali
Parallelamente alla riflessione filosofica, in questo periodo nasce la linguistica strutturale e la semiotica grazie all'opera dello svizzero Ferdinand de Saussure. La semiotica studia i linguaggi come sistemi di segni e simboli, non limitandosi solo alla comunicazione verbale. Sebbene nata con obiettivi scientifici e positivi, la semiotica venne presto strumentalizzata dai regimi nazifascisti per la propaganda ideologica, utilizzando segni convenzionali e simboli per veicolare messaggi alle masse.
Dal punto di vista letterario, il periodo si configura come un "calderone" di pluralità espressive e linguaggi diversificati. Si possono identificare due fasi principali: una prima fase, che giunge fino agli anni $60$, strettamente legata alle vicende storiche della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza, definita "letteratura resistente"; una seconda fase, definita post-moderna o contemporanea, in cui l'attenzione si sposta sulla "meta-letteratura". In questa seconda fase, gli intellettuali iniziano a interrogarsi sulla funzione stessa della letteratura, trasformandola in una riflessione su se stessa. Mentre la prima fase aveva un carattere collettivo e di denuncia sociale, la seconda tende a essere più soggettiva e individuale, talvolta accusata di "snobismo" o di aver rinunciato all'educazione delle masse.
Il Neorealismo nel cinema, nell'arte e nell'architettura
Il neorealismo nasce innanzitutto nel mondo del cinema, dove il linguaggio visivo risulta più immediato e fruibile rispetto a quello letterario. Tra i capolavori fondativi si annoverano "Ossessione" di Visconti, "Ladri di biciclette" di De Sica e "Paisà" di Rossellini. Il movimento non si limitò al cinema, ma dominò anche la pittura — con esponenti come Renato Guttuso, il quale cercava di rappresentare la realtà sociale con crudezza — ed Ernesto Treccani.
In architettura, il neorealismo si espresse nel tentativo di creare spazi più umani, in contrasto con le strutture rigide e allineate del periodo fascista. Un esempio significativo è il quartiere Tiburtino a Roma, caratterizzato da edifici disposti in maniera irregolare per riprodurre la naturalezza del ceto medio e rivendicare uno spazio architettonico che rispettasse lo spazio umano individuale rispetto all'esigenza geometrica. In letteratura, il neorealismo si focalizza sulle classi medio-basse e sul lavoro di ricostruzione post-bellica, utilizzando Giovanni Verga e Luigi Capuana come modelli ideali, pur superando il carattere puramente provinciale per abbracciare l'intera realtà nazionale italiana.
Cesare Pavese: La solitudine e il mito americano
Nato nel $1908$ a Santo Stefano Belbo, Cesare Pavese è una delle figure centrali della letteratura resistente, pur avendo una biografia segnata da un isolamento profondo e da quella che i biografi definiscono una "febbre suicida". Pavese si definiva un "predestinato alla solitudine", condizione influenzata anche dalla perdita del padre a sei anni e dall'educazione severa della madre. Laureatosi in lettere con una tesi su Walt Whitman (scrittore statunitense citato come ), contribuì enormemente alla "scoperta dell'America" letteraria in Italia insieme a Elio Vittorini, traducendo autori come Dickens, Joyce, Sinclair Lewis e lo stesso Whitman.
L'opera poetica "Lavorare stanca" ($1936$) rompe con l'ermetismo e propone una "poesia-racconto" vicina alla prosa. I suoi romanzi, come "Paesi tuoi" e "La casa in collina", esplorano il conflitto tra la vita di campagna (visto come luogo di sanità e mito) e la vita di città (luogo di trauma e malattia). Il suo capolavoro, "La luna e i falò" ($1950$), descrive il ritorno del protagonista Anguilla dall'America alle sue Langhe, dove scopre la violenza del mondo contadino. Pavese morì suicida in un hotel di Torino nel $1950$, poco dopo aver vinto il Premio Strega. Il suo diario postumo, "Il mestiere di vivere" ($1952$), rivela l'angoscia estrema di un uomo che sentiva di non aver mai trovato un posto nel mondo.
Beppe Fenoglio e la Resistenza nelle Langhe
Beppe Fenoglio ($1922$-$1963$), originario di Alba, rappresenta la voce più autentica e meno retorica della Resistenza. A differenza di Pavese, Fenoglio partecipò attivamente alla lotta armata partigiana e rimase estraneo agli ambienti culturali d'élite, preferendo il lavoro come enologo in un'azienda vinicola. La sua produzione è caratterizzata da uno sperimentalismo linguistico unico: egli scriveva utilizzando un "inglese personale" o un italiano fortemente influenzato dai termini stranieri, per rendere fedelmente la realtà delle Langhe.
La sua opera più celebre, "Il partigiano Johnny", è un romanzo autobiografico che descrive la Resistenza privandola di ogni esaltazione eroica. Johnny sperimenta solitudine, fame e paura, elementi che definiscono la sua routine di combattente. Un'altra opera fondamentale è "La malora" ($1954$), che descrive con crudo realismo la vita contadina. Dopo la sua morte precoce per cancro, furono ritrovati i suoi "Appunti partigiani" ($1944$-$1945$), taccuini autografi che raccontano i fatti successivi a quelli narrati in Johnny. Fenoglio si distingue da Pavese per l'assenza di angoscia esistenziale filtrata, offrendo invece uno "spaccato speculare" e documentaristico della realtà partigiana.
Elio Vittorini e il realismo simbolico
Elio Vittorini ($1908$-$1966$), siciliano di origine ma attivo tra Firenze e Milano, fu un intellettuale impegnato e un grande animatore culturale. Fondò la rivista "Americana" nel $1941$, contribuendo a creare il mito dell'America come antitesi della libertà rispetto al fascismo. Il suo romanzo "Il garofano rosso" fu censurato dal regime per i suoi contenuti politici e per la descrizione della maturazione giovanile durante la marcia su Roma.
L'opera più celebre, "Conversazione in Sicilia" ($1938$), è un viaggio autobiografico e mitico verso le proprie radici. Vittorini rifiuta il dialetto e adotta nomi simbolici (come l'"Ezechiele" o il "Gran Lombardo") per creare una Sicilia evocativa e lontana, quasi favolistica. In "Uomini e no" ($1945$), affronta direttamente il tema della Resistenza, distinguendo tra chi agisce con umanità (i partigiani) e chi no. Fu anche un prolifico traduttore di Ernest Hemingway e William Faulkner.
Primo Levi: La testimonianza scientifica
Primo Levi ($1919$-$1987$) era un chimico torinese di origine ebraica, catturato nel $1941$ e deportato nei campi di concentramento. La sua opera è un documento umano imprescindibile sulla Shoah. In "Se questo è un uomo" ($1947$), descrive l'orrore del lager con la precisione metodica tipica di uno scienziato. In "La tregua" ($1963$), narra il difficile ritorno alla vita normale dopo la liberazione, definendo la pace non come uno stato permanente ma come una sospensione temporanea dall'orrore.
Levi continuò a operare come chimico in una fabbrica di vernici, arrivando a diventarne direttore. In opere come "Il sistema periodico" ($1975$), dedica ogni capitolo a un elemento della tavola di Mendeleev, nobilitando la scienza attraverso una lingua elegante e lineare. In "La chiave a stella" ($1978$), esalta invece la dignità del lavoro manuale. La sua ultima opera, "I sommersi e i salvati" ($1986$), riflette sulla vergogna del sopravvissuto e sul debito morale nei confronti di chi non è tornato. Morì nel $1987$, cadendo dalla tromba delle scale del suo palazzo, un evento interpretato da molti come un suicidio dettato dal peso intollerabile dei ricordi.
Pier Paolo Pasolini: Realismo e provocazione
Pier Paolo Pasolini ($1922$-$1975$) è stata una delle figure più poliedriche e controverse del Novecento. Originario del Friuli (Casarsa è il luogo dell'infanzia e dell'innocenza), utilizzò il dialetto friulano in "Poesie a Casarsa" ($1942$) come strumento di minuziosa trascrizione della realtà. Espulso dal Partito Comunista per omosessualità (all'epoca considerata reato o immoralità grave), subì nel corso della vita ben $33$ processi, spesso con accuse di corruzione di minori.
In narrativa, con "Ragazzi di vita" ($1955$), descrive il sottoproletariato romano delle borgate, utilizzando un linguaggio crudo e sperimentale influenzato da Gadda. Nel cinema, si distinse per uno stile originalissimo in film come "Mamma Roma", "Il Vangelo secondo Matteo" e lo scabroso "Salò o le $120$ giornate di Sodoma" ($1975$). Come critico sociale, scrisse gli "Scritti corsari" e le "Lettere luterane", schierandosi contro il conformismo, l'omologazione della civiltà di massa e financo contro il movimento del $68$, difendendo i poliziotti (figli di proletari) contro gli studenti (figli di papà). Fu trovato morto barbaramente ucciso all'Idroscalo di Ostia nel novembre del $1975$.
Italo Calvino: Dalla Resistenza alla meta-letteratura
Nato a Cuba nel $1923$ da genitori biologi ed entomologi, Italo Calvino partecipò attivamente alla Resistenza nelle Brigate Garibaldi sulle Alpi Marittime. Il suo esordio, "Il sentiero dei nidi di ragno" ($1947$), racconta la lotta partigiana attraverso gli occhi di un bambino, Pin, introducendo l'elemento fantastico nel neorealismo. Negli anni $50$, pubblicò la trilogia "I nostri antenati" ("Il visconte dimezzato", "Il barone rampante", "Il cavaliere inesistente"), esplorando graficamente l'alienazione dell'uomo moderno.
Negli anni $60$, Calvino si avvicinò allo strutturalismo e alla semiotica, analizzando come "funziona" la letteratura. Opere come "Le cosmicomiche" e "Se una notte d'inverno un viaggiatore" rappresentano l'apice della sua riflessione meta-letteraria. Poco prima di morire, preparò le "Lezioni americane" ($1988$), un ciclo di conferenze (previste ad Harvard, anche se il testo cita genericamente il Massachusetts o Las Vegas come destinazioni preparatorie) che definiscono i valori letterari per il nuovo millennio: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità.
Alberto Moravia: L'egemonia borghese e il sesso
Alberto Moravia (pseudonimo di Alberto Pincherle, $1907$-$1990$) esercitò una vera egemonia sulla narrativa italiana per oltre cinquant'anni. Il suo focus privilegiato fu la borghesia romana, analizzata con spietato realismo. Esordì giovanissimo con "Gli indifferenti" ($1929$), opera che esplora l'incomunicabilità e la corruzione morale della famiglia borghese. Moravia individuò nel sesso la chiave di lettura di tutti i fatti umani e l'unico modo per superare la barriera dell'indifferenza spirituale.
Durante la guerra, si rifugiò in Ciociaria insieme alla moglie Elsa Morante poiché entrambi iscritti nelle liste di proscrizione fasciste (lui era di origine ebraica). Da questa esperienza nacque "La Ciociara", che descrive con crudeltà lo stupro di una madre e di una figlia, Cesira e Rosetta. Altre opere significative includono "Agostino" ($1944$), incentrato sulla scoperta dell'identità sessuale, e "La noia" ($1960$). Fu spesso accusato di essere ripetitivo e "monocorde" dal critico Salinari, ma è indubbia la sua capacità naturale nel racconto e nella denuncia sociale.
Elsa Morante: La scrittura come terapia
Elsa Morante ($1912$-$1985$), figlia di una maestra ebrea e segnata da una fragilità emotiva pazzesca, concepì la letteratura come una forza magica capace di colmare i vuoti affettivi. Il suo rapporto con Moravia fu lungo e tormentato, caratterizzato dal suo costante bisogno di affetto e dalla freddezza razionale di lui. La sua scrittura è "frondosa", complessa e ridondante, quasi terapeutica (i suoi romanzi superano spesso le $500$ pagine).
I suoi capolavori includono "Menzogna e sortileggio" ($1948$), l'esordio di successo; "L'isola di Arturo" ($1957$), il romanzo di formazione di un giovane a Procida che deve affrontare il crollo del mito del padre; e "La Storia" ($1974$), che narra i fatti della guerra dal punto di vista più basso, quello delle vittime e degli umili. L'ultimo romanzo, "Aracoeli" ($1982$), racconta il ritorno alle origini del protagonista Emanuele in Andalusia. La Morante è considerata una scrittrice "eterodossa", lontana dai binari del neorealismo stretto, focalizzata invece su un'indagine psicologica fittissima.
Leonardo Sciascia: Mafia e ragione
Leonardo Sciascia ($1921$-$1989$), maestro elementare siciliano, fu uno degli intellettuali più acuti del secondo Novecento. In opere come "Il giorno della civetta" ($1961$), denunciò per primo il sistema mafioso in Sicilia, evidenziando come il vero problema non sia solo l'organizzazione criminale, ma la connivenza e l'omertà di chi finge di non vedere. Attraverso il capitano Bellodi, un uomo del Nord (Parma) che ignora i codici siciliani, Sciascia mette a nudo la realtà dell'isola. Altre opere importanti includono "A ciascuno il suo", "Il contesto" (che denuncia gli abusi del potere politico) e "L'Affaire Moro", una riflessione critica sulla gestione del rapimento di Aldo Moro da parte dello Stato italiano.
Domande e Discussione
Durante la lezione è intervenuta una discussione riguardo alla natura della Resistenza. È stato fatto notare che i partigiani non furono esenti da atti violenti, specialmente dopo la caduta del fascismo. Si è inoltre discusso del ruolo fondamentale delle donne nella Resistenza, citando Renata Viganò e il suo romanzo "L'Agnese va a morire". Agnese rappresenta la partigiana femminile che, come il partigiano Johnny di Fenoglio, rischia e perde la vita. Le donne non ebbero un ruolo marginale, ma centrale, spesso operando come staffette in bicicletta, sfidando rastrellamenti e pericoli costanti.