Psicologia sociale_dispensa
Introduzione alla psicologia sociale
- La psicologia sociale analizza come l'attività mentale è condizionata dalla realtà sociale.
- Temi principali:
- Attribuzione ed errori di attribuzione (tesi disposizionale del male)
- Obbedienza all'autorità (esperimenti americani del dopoguerra)
Temi trattati
- Studi di psicologia sociale nel secondo dopoguerra
- Attribuzione e origine del male
- Studi sull'attribuzione
- Philip Zimbardo: origine del male ed effetto Lucifero
- Visione del crimine come errore fondamentale di attribuzione e ideologia della tolleranza zero
- Psicologia del male e esperimento carcerario di Stanford
- Concezione disposizionale e situazionale del male
- Esperimento carcerario e silenzio trentennale di Zimbardo
- Esperimento Milgram e obbedienza all'autorità
- Reality francese del 2010
- Esperimento Milgram
- Eteronomia e ridefinizione della situazione
- Come resistere al tempo della barbarie
- La rosa bianca e la necessità della resistenza
- Obbedienza e disobbedienza in filosofia politica
- Caso di Kitty Genovese e effetto bystander (indifferenza dello spettatore)
- Caso di Kitty Genovese
- Ignoranza pluralistica e diffusione di responsabilità
- Ignoranza pluralistica ed effetto spettatore
- Inerti di fronte a un dramma: risposte della psicologia sociale
Studi di psicologia sociale nel secondo dopoguerra
- Influenza degli eventi della Seconda Guerra Mondiale.
- Max Horkheimer: Comprendere come è stato possibile lo sterminio meccanizzato di milioni di persone nella "cittadella della civiltà occidentale".
- Studi di Theodor W. Adorno ed Else Frenkel-Brunswik sulla personalità autoritaria.
- Formazione della personalità autoritaria:
- Teorizza e pratica violenza verso minoranze (ebrei, stranieri, omosessuali, ecc.).
- Radici profonde di questa aggressività.
- Utilizzo delle scoperte della psicanalisi e studi freudiani sui meccanismi di difesa dell'io.
- Kurt Lewin, Resolving Social Conflict (1946): punto di svolta per ricerche più organiche e strutturate in psicologia sociale.
L’attribuzione e l’origine del male
Gli studi sull’attribuzione
- Fritz Heider (1896 – 1988)
- La psicologia sociale studia come le persone costruiscono il proprio punto di vista sulla base delle esperienze e dei condizionamenti sociali.
- Il significato che diamo alle cose è il prodotto di operazioni mentali fortemente condizionate dalle rappresentazioni e interpretazioni sociali.
- Attribuzione: operazione mentale con cui una certa proprietà viene attribuita a qualcuno (cioè a un responsabile) o a qualcosa (ad alcune circostanze o cause).
- Nel suo Psicologia delle relazioni interpersonali (1958), Heider analizza la “psicologia del senso comune” o “psicologia ingenua”.
- Insieme di principi impliciti (per lo più inconsapevoli e inespressi) utilizzati per rappresentare l'ambiente sociale.
- Guidano l'azione degli individui.
- Nella vita quotidiana, ci formiamo idee sugli altri individui e sulle situazioni sociali, interpretiamo le azioni degli altri e cerchiamo di prevedere come si comporteranno in determinate circostanze.
- Ci comportiamo come scienziati ingenui, raccogliendo i dati necessari alla conoscenza di un certo oggetto e giungendo a conclusioni logiche sui fenomeni, cercando di controllarli.
- Ricerca delle cause di quanto avviene attorno a noi, compiendo attribuzioni di causalità.
- L’attribuzione causale è quel processo che le persone mettono in atto quando cercano spiegazioni per il proprio e per l’altrui comportamento, cioè quando inferiscono le cause che stanno dietro specifiche azioni.
- Il primo problema da risolvere per comprendere le ragioni di un evento o per interpretare il comportamento di qualcuno, riguarda il locus della causalità, cioè il distinguere fra cause di natura ambientale (locus of control esterno) o di natura personale (locus of control interno), stabilendo anche se queste cause siano transitorie o permanenti.
- Le persone non usano modelli dettagliati e formali, ma fanno attribuzioni in modo veloce e semplificato, servendosi di “scorciatoie” e compiendo spesso errori di attribuzione (biases).
- Gli errori di attribuzione o biases sono delle modalità di giudizio distorte in maniera sistematica allo scopo di fornire agili schemi di azione agli individui.
- Errore fondamentale d’attribuzione: tendenza generale del senso comune a sottostimare il peso dei fattori situazionali e sovrastimare quello dei fattori disposizionali nel determinare i comportamenti della gente.
Philip Zimbardo, L’origine del male e l’effetto Lucifero
- John Milton, Paradiso perduto: “La mente è il proprio luogo, e può in sé fare un cielo dell’inferno, un inferno del cielo.”
La visione corrente del crimine come errore fondamentale d’attribuzione e l’ideologia della «tolleranza zero»
- Nel 1971 Philip Zimbardo ha fatto un esempio di «errore fondamentale di attribuzione»: la sopravvalutazione della responsabilità individuale e la corrispondente sottovalutazione delle cause ambientali nell’attribuzione delle cause di un fenomeno.
- Secondo lo psicologo sociale Fritz Heider, caratterizza il modo di pensare del senso comune (1958).
- È la visione corrente del crimine, fondata sull’idea che i comportamenti delinquenziali e la violenza siano il prodotto di volontà malate o perverse.
- Secondo questo punto di vista, il male è commesso da criminali che scelgono di esserlo e nient’altro.
- Attribuzione ingenua che fa presa sul senso comune perché, oltre ad essere una forte semplificazione, rassicura le persone circa l’eccezionalità del male e la sua presenza solo in certe persone (i criminali) e in certi ambienti (ad esempio, le periferie degradate).
- Permette agli individui di proiettare il male sull’altro conservando una buona immagine di sé (l’esecrazione del comportamento altrui si conclude implicitamente con un «io non mi macchierei mai di un simile misfatto»).
- Questo atteggiamento nei confronti del crimine è comune in società individualiste come la nostra, ma ha anch’esso una storia, cioè momenti di successo e di declino nella nostra società.
- Discorso di Ronald Reagan del 14 ottobre 1982: annuncio della nuova politica criminale della propria amministrazione, rendendo familiare lo slogan della “tolleranza zero” (che ha quintuplicato in trent’anni il tasso di carcerazione) e attaccando esplicitamente le scienze e i saperi storico-sociali.
- Ronald Reagan: «La crescita di una classe criminale senza scrupoli è stata in parte il risultato di una filosofia sociale sbagliata, che in modo utopico considera l’uomo come prodotto del suo ambiente, mentre la trasgressione è vista sempre come conseguenza di condizioni socio-economiche svantaggiate. Questa filosofia predica che dove si verifica un crimine è responsabile la società, non l’individuo. Ma il popolo americano sta finalmente riaffermando alcune verità indiscutibili: il bene e il male esistono, gli individui sono responsabili delle proprie azioni, il male è spesso frutto di una scelta, e la pena deve essere certa e immediata per chi si fa strada a danno degli innocenti».
La psicologia del male e l’esperimento carcerario di Stanford
- Philip Zimbardo si è occupato di psicologia del male.
- Zimbardo ha raccolto trent’anni di ricerche iniziate con l’esperimento carcerario di Stanford del 1971 in Effetto Lucifero (The Lucifer Effect), testo del 2007 dall’illuminante sottotitolo Undersanding How Good People Turn Evil.
- La convinzione che separa persone buone da cattive è consolante perché:
- Crea una logica binaria, essenzializzando il Male come qualità intrinseca di certe persone.
- "Le persone buone" sono assolte dalla responsabilità di creare o ammettere le condizioni che contribuiscono alla delinquenza e alla violenza.
Concezione disposizionale e situazionale del male
- Nelle società individualiste come la nostra è radicata la convinzione che i comportamenti siano sempre il risultato delle disposizioni interiori delle persone (locus interno), mentre si sottovaluta il peso che hanno le situazioni in cui queste si trovano ad agire nel determinare i loro comportamenti.
- La tesi situazionale sostenuta da Zimbardo porta invece a considerare determinante la situazione sociale in cui l’individuo si viene a collocare e che può portare un individuo ad agire in modo anche radicalmente difforme a quelli che sono i suoi valori e comportamenti abituali.
L’esperimento carcerario di Stanford e il silenzio trentennale di Zimbardo
- Gustave Le Bon (1841 – 1931)
- L’Esperimento carcerario di Stanford o Stanford Prison Experiment fu ideato e condotto da un team di psicologi guidati dal prof. Philip Zimbardo dell’Università di Stanford dal 14 al 20 agosto del 1971, con l’intento di studiare il condizionamento operato dalle istituzioni sul comportamento dell’individuo.
- Zimbardo riprese alcune idee dello studioso francese del comportamento sociale Gustave Le Bon, in particolare la teoria della deindividuazione, la quale sostiene che gli individui che costituiscono una folla tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità e ad avere impulsi antisociali.
- Esperimento: simulazione di vita carceraria condotta su 24 volontari che dovevano ricoprire i ruoli di prigionieri (12) e di guardie (12) per un periodo di 2 settimane.
- Fra i 75 studenti universitari che risposero a un annuncio apparso su un quotidiano che chiedeva volontari per una ricerca, gli sperimentatori ne scelsero 24, maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti [i volontari furono ulteriormente selezionati con la somministrazione di test psico-attitudinali per eliminare tutti coloro che potevano presentare problemi di personalità, comportamenti devianti e violenti ecc.]; furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie.
- Zimbardo impersonava il ruolo di direttore del carcere.
- Ai prigionieri fu imposto di indossare ampie divise, un numero identificativo, un berretto di plastica e una catena alla caviglia, e di attenersi a una rigida serie di regole.
- Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardare loro negli occhi, erano dotate di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine.
- Tale abbigliamento poneva entrambi i gruppi in una condizione di deindividuazione.
- L’esperimento iniziò con la simulazione dell’arresto dei futuri prigionieri che furono prelevati dal dormitorio dell’Università di Stanford da una vera volante della Polizia che rispettò in ogni dettaglio ciò che accade realmente.
- Zimbardo associò ad ogni ruolo dei simboli distintivi: i prigionieri vestivano una casacca numerata e fu loro posta una catena alla caviglia, così da preparare il terreno per un processo di deumanizzazione; alle guardie invece vennero consegnati dei simboli di potere quali uniformi anonimizzanti, occhiali a specchio (in modo da non poter essere guardati negli occhi), manganelli, fischietti e manette.
- Ai carcerieri fu concessa un’alta discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine.
- Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie che reagirono iniziando opere di intimidazione e umiliazione, cercando di spezzare il legame tra i prigionieri.
- Questi vennero costretti a pulire le latrine a mani nude, a defecare in secchi che non avevano il permesso di svuotare, a simulare atti di sodomia, a cantare canzoni oscene e spesso venivano denudati.
- I detenuti tentarono di evadere e tale fuga venne sventata con difficoltà dalle guardie e dal direttore del carcere (Zimbardo).
- Dopo 36 ore, delle crisi di nervi colpirono i prigionieri e uno di essi sentì la necessità di lasciare la sperimentazione.
- Dopo 5 giorni i detenuti mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: erano docili e passivi e il rapporto con la realtà si stava deteriorando, mostravano seri disturbi emotivi. L e guardie continuarono a praticare comportamenti vessatori e sadici dimostrando un distacco dalla realtà anche nel loro ruolo.
- Sia le guardie che i prigionieri si erano identificati in maniera forte e impressionante al proprio ruolo tanto che pur soffrendo, questi ultimi non presero in considerazione l’idea di lasciare l’esperimento ma continuarono a rimanere nella prigione intraprendendo continui tentativi di evasione.
- Dati gli esiti drammatici, al sesto giorno Zimbardo decise di interrompere l’esperimento con grande sollievo dei prigionieri, ma rammarico da parte delle guardie [qui il racconto delle giornate].
- Il problema da cui partiva Zimbardo può essere riassunto nella domanda: Come è possibile che una persona abitualmente corretta, giunga a comportarsi in modo crudele in determinate circostanze?
- A tale domanda, Zimbardo rispose che «il male è l’esercizio del potere sugli altri in una situazione in cui non ci si sente responsabili delle proprie azioni».
- Zimbardo sostenne che la trasformazione che avviene in un individuo e lo porta a commettere azioni mostruose, che chiama Effetto Lucifero, è il risultato dell’interazione tra fattori disposizionali, situazionali e sistemici:
- Individui dotati di scarso spirito critico e tendenti al conformismo, possono esercitare un potere violento sugli altri semplicemente calandosi in ruoli a cui attenersi, contando sul fatto che in società questo è considerato lecito, o giusto o inevitabile.
- Secondo Zimbardo, l‘Effetto Lucifero scatta in un sistema politico-economico fortemente ideologizzato, burocratizzato e retto da un rigoroso sistema gerarchico e funzionale, determinando situazioni che fungono da bed barrel (contenitore malvagio) in cui gli individui si trasformano in “mele marce”, adottando un comportamento efferato, differente da quello abituale.
- La dinamica è la seguente:
- Deindividuazione (o anonimizzazione): il comportamento dell’individuo non è più espressione della sua personalità ma del suo essere parte di un gruppo. La persona che si trova in questa condizione non si sente più responsabile delle sue azioni in quanto la sua condotta è dettata dalle norme della situazione specifica in cui agisce e non dalle proprie norme interne.
- Deumanizzazione (o despecificazione): si relega in una sfera sub-umana l’individuo appartenente a un gruppo esterno, che viene ridotto al rango di oggetto o di essere inferiore. In questo modo viene meno il legame di di empatia con l’altro e anche il senso di colpa viene disinnescato. Questo facilita l’esecuzione di atti di violenza nei confronti della “vittima” .
- Conformismo: tendenza, per bisogno di approvazione, ad allineare totalmente il proprio comportamento a quello della maggioranza anche quando questa si caratterizza per una condotta riprovevole in base agli stessi parametri del soggetto che ad essa si adegua (esperimento di Asch).
- Eterodirezione: allentamento o rimozione della responsabilità individuale che si ottiene in quanto l’individuo interpreta il suo comportamento non come proprio, ma come diretto dalle norme a lui esterne e imposte dalla situazione e/o dalla struttura gerarchica o funzione nella quale si trova inserito (esperimento di Zimbardo e di Milgram).
- Obbedienza: propensione a sottomettersi agli ordini, anche immorali, di figure istituzionali dotate di autorità o status elevato in un determinato contesto gerarchico e/o funzionale (esperimento di Milgram).
- Diffusione della responsabilità: il venire meno del dovere di intervenire dinanzi a una emergenza laddove siano presenti altri potenziali soccorritori, con i quali, per l’appunto, si divide la responsabilità e che conduce all’inazione o indifferenza (il caso Genovese).
- Zimbardo sottolinea il peso del sistema nel determinare l’effetto Lucifero. La condizione di normalizzazione della violenza e la deumanizzazione dell’altro e di se stessi, sono il risultato delle situazioni, sono queste che creano le mele marce e non il contrario.
- Le situazioni sono prodotte dal contesto e sono i cattivi sistemi che creano le cattive situazioni, pertanto i cattivi comportamenti non sono il risultato del comportamento di mele marce: i sistemi forniscono il supporto istituzionale, l’autorità e le risorse che permettono alle situazioni di funzionare.
- La causa da cui dipendevano i comportamenti degli individui in tali esperimenti è dunque da ricercare nelle “variabili situazionali” e non nella disposizione a commettere atti crudeli da parte delle persone.
- La concezione situazionale del male vede il male come prodotto non di una predisposizione interna, ma come l'effetto di un sistema di appartenenza.
- Esempi:
- Eichmann, Himmler, Hoess si limitarono ad eseguire degli ordini e a non mettere in discussione ciò che facevano.
- La responsabilità si restringe al compito e non include gli effetti delle proprie azioni.
- Il comportamento individuale diventa anonimo, deresponsabilizzato, conformista eterodiretto obbediente e deumanizza l'"altro".
- L'eroe non è chi compie azioni straordinarie e coraggiose, ma chi resiste al sistema.
Conclusioni
- La prigione finta, nell’esperienza psicologica vissuta dai soggetti di entrambi i gruppi, era diventata una prigione vera.
- Assumere una funzione di controllo sugli altri nell’ambito di una istituzione come quella del carcere, assumere cioè un ruolo istituzionale, induce ad assumere le norme e le regole dell’istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi, induce cioè quella “ridefinizione della situazione” utilizzata anche da Stanley Milgram per spiegare le conseguenze dello stato eteronomico (assenza di autonomia comportamentale) sul funzionamento psicologico delle persone.
- Il processo di deindividuazione induce una perdita di responsabilità personale, ovvero la ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni, indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, così come quelli che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi.
- La deindividuazione implica perciò una diminuita consapevolezza di sé, e un’aumentata identificazione e sensitività agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo: l’individuo pensa, in altri termini, che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo.
- L’ipotesi dello psicologo accentua e per certi aspetti estremizza quella di Milgram [vedi il paragrafo seguente] sulla forza del controllo in presenza di fattori predisponenti, quali la mancanza di senso critico e la propensione all’obbedienza.
- Altre emergenze sociali da indagare: maltrattamenti agli anziani nelle case di riposo e sui bambini negli asili e nelle scuole materne e primarie
L’obbedienza all’autorità e l’esperimento di Stanley Milgram
- France 2, La zone extrème – 2010
- Uno degli esperimenti della psicologia sociale americana degli anni ’60, è stato quello in cui Milgram mostrò che l’obbedienza all’autorità davanti a ordini ingiusti o immorali dipende «dalla ridefinizione del significato della situazione» che porta il soggetto ad «accettare la situazione proposta dall’autorità», riconosciuta come legittima.
- Figlio di ebrei fuggiti dall’Europa durante la seconda guerra mondiale, l’esperimento aveva per Milgram il significato personale di una ricerca delle ragioni della collaborazione dei tedeschi allo sterminio degli ebrei.
Il reality francese del 2010
- Nel marzo 2010 è scoppiato il caso del reality, messo in onda da France 2, nel quale ad un gruppo di spettatori era stato chiesto di punire con scariche elettriche fino a 460 volts i concorrenti che avevano fornito una risposta sbagliata.
- Il canovaccio del programma era basato sul celebre esperimento del 1961 con cui Milgram aveva cercato di capire le dinamiche del conformismo e dell’obbedienza all’autorità.
- Il regista ha difeso il reality, sostenendo di aver voluto attirare l’attenzione su quanto Stanley Milgram aveva osservato a suo tempo, ovvero quanto sia drammaticamente facile ottenere obbedienza in determinate circostanze.
- È molto difficile uscire da un contesto – spiega il regista – saper dire di no non si improvvisa: nessuno nasce resistente o obbediente dalla nascita. È questa la lezione della psicologia sociale. Perché la storia non si ripeta dobbiamo coltivare gli anticorpi dell’autonomia e dell’indipendenza intellettuale. I dati esibiti da questo reality mostrano che le nostre società sono molto lontane dall’obiettivo.
L’esperimento Milgram
- Adolph Eichmann al processo
- Nel celebre esperimento del 1961 di cui si sta parlando, il ricercatore dell’Università di Yale Stanley Milgram selezionò un gruppo di individui a cui fu comunicato che avrebbero collaborato, dietro ricompensa, a un esperimento sulla memoria e sugli effetti dell’apprendimento.
- L’obiettivo dello studioso era in realtà studiare il comportamento di individui a cui un’autorità chiede di compiere azioni contrarie ai propri principi.
- L’esperimento era cominciato tre mesi dopo l’inizio del processo a Gerusalemme contro Adolph Eichmann e, davanti al profilo grigio e burocratico del criminale nazista, Milgram si chiedeva infatti «se fosse possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente obbedendo a degli ordini».
- Nella fase iniziale della prova, lo sperimentatore, insieme a un complice, assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di “allievo” e di “insegnante”: il soggetto ignaro era sempre sorteggiato come insegnante e il complice come allievo. I due soggetti venivano poi condotti nelle stanze predisposte per l’esperimento.
- L’insegnante (soggetto ignaro) era posto di fronte al quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica, composto da 30 interruttori a leva posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali era scritto il voltaggio, dai 15 V del primo ai 450 V dell’ultimo. Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti scritte:
- (1-4) scossa leggera,
- (5-8) scossa media,
- (9-12) scossa forte,
- (13-16) scossa molto forte,
- (17-20) scossa intensa,
- (21-24) scossa molto intensa,
- (25-28) attenzione: scossa molto pericolosa,
- (29-30).
- All’insegnante era fatta percepire la scossa relativa alla terza leva (45 V) in modo che si rendesse personalmente conto che non vi erano finzioni e gli venivano precisati i suoi compiti come segue:
- Leggere all’allievo coppie di parole, per esempio: “scatola azzurra”, “giornata serena”;
- Ripetere la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro associazioni alternative, per esempio: “azzurra – auto, acqua, scatola, lampada”;
- Decidere se la risposta fornita dall’allievo era corretta;
- Nel caso fosse sbagliata, infliggere una punizione, aumentando l’intensità della scossa a ogni errore dell’allievo.
- Quest’ultimo veniva legato ad una specie di sedia elettrica e gli era applicato un elettrodo al polso, collegato al generatore di corrente posto nella stanza accanto. Doveva rispondere alle domande, e fingere una reazione con implorazioni e grida al progredire dell’intensità delle scosse (che in realtà non percepiva), fino a che, raggiunti i 330 V, non emetteva più alcun lamento, simulando di essere svenuto per le scosse precedenti.
- Lo sperimentatore aveva il compito, durante la prova, di esortare in modo pressante l’insegnante: «l’esperimento richiede che lei continui», «è assolutamente indispensabile che lei continui», «non ha altra scelta, deve proseguire».
- Il grado di obbedienza fu misurato in base al numero dell’ultimo interruttore premuto da ogni soggetto prima di interrompere la prova.
- Al termine dell’esperimento i soggetti furono informati che la vittima non aveva subito alcun tipo di scossa, che il loro comportamento era stato del tutto normale, che anche tutti gli altri partecipanti avevano reagito in modo simile.
- Contrariamente alle aspettative, nonostante i 40 soggetti dell’esperimento mostrassero sintomi di tensione e protestassero verbalmente, una percentuale considerevole obbedì pedissequamente allo sperimentatore.
Eteronomia e ridefinizione della situazione
- Questo stupefacente grado di obbedienza, che ha indotto i partecipanti a violare i propri principi morali, è stato spiegato in rapporto ad alcuni elementi, quali l’obbedienza indotta da un’autorità considerata legittima, la cui autorità induce uno stato eteronomico, caratterizzato dal fatto che il soggetto non si considera più libero di intraprendere condotte autonome, ma strumento per eseguire ordini.
- I soggetti dell’esperimento non si sono perciò sentiti moralmente responsabili delle loro azioni, ma esecutori dei voleri di un potere esterno.
- Alla creazione di questo stato eteronomico concorrono tre fattori:
- Educazione autoritaria – percezione di legittimità dell’autorità (nel caso in questione lo sperimentatore incarnava l’autorevolezza della scienza);
- Adesione al sistema di autorità (l’educazione all’obbedienza fa parte dei processi di socializzazione);
- Le pressioni sociali (disobbedire allo sperimentatore avrebbe significato metterne in discussione le qualità oppure rompere l’accordo fatto con lui).
- Il grado di obbedienza all’autorità variava però sensibilmente in relazione a due fattori: la distanza tra insegnante e allievo e la distanza tra soggetto sperimentale e sperimentatore.
- Furono infatti testati quattro livelli di distanza tra insegnante e allievo:
- nel primo l’insegnante non poteva osservare né ascoltare i lamenti della vittima;
- nel secondo poteva ascoltare ma non osservare la vittima;
- nel terzo poteva ascoltare e osservare la vittima;
- nel quarto, per infliggere la punizione, doveva afferrare il braccio della vittima e spingerlo su una piastra.
- Nel primo livello di distanza, il 67% dei soggetti andò avanti sino alla scossa più forte; nel secondo livello il 62,5%; nel terzo livello il 40%; nel quarto livello il 30%.
- Con questo esperimento Milgram dimostrò che l’obbedienza dipende anche dalla ridefinizione del significato della situazione. Ogni situazione è infatti caratterizzata da una sua ideologia (cioè da un insieme di attribuzioni) che definisce e spiega il significato degli eventi che vi accadono, e fornisce la prospettiva grazie alla quale i singoli elementi acquistano coerenza.
- La coesistenza di norme sociali contrastanti (da una parte quelle che inducono a non utilizzare la forza e la violenza e dall’altra quelle che prevedono una reazione aggressiva a certi stimoli) fa sì che la probabilità di attuare comportamenti aggressivi venga di volta in volta influenzata dalla percezione individuale della situazione che determina quali norme siano pertinenti al contesto e debbano pertanto essere seguite.
- Dal momento che il soggetto accetta la definizione della situazione proposta dall’autorità, finisce col ridefinire un’azione distruttiva, non solo come ragionevole, ma anche come oggettivamente necessaria.
- Le numerose ricerche che hanno successivamente utilizzato il paradigma di Milgram, hanno tutte pienamente confermato i risultati ottenuti dallo studioso, che sono stati ampiamente discussi anche nell’ambito di quel cospicuo filone di studi interessati a ricostruire i fattori che hanno reso possibile lo sterminio ad opera dei nazisti.
- Lo stesso esperimento di Milgram, figlio di ebrei fuggiti dall’Europa occupata dai nazisti, si inserisce in questo quadro. Fu, infatti, tra i migliori contributi alla comprensione di cosa avesse spinto i cittadini di uno dei paesi più colti e civili del mondo a seguire un capo, collaborando al massacro dei propri concittadini.
- Come si è anticipato, risposte importanti su questo sono venute da Adorno nella sua inchiesta su La personalità autoritaria: rifiuta di obbedire ad un comando immorale l’individuo autonomo, capace di senso critico e indipendenza di giudizio. Solo questa condizione permette infatti di opporre alla pressione dell’autorità un’interpretazione divergente del frame ideologico che questa comunica.
Come resistere al tempo della barbarie
- Sophie Scholl (1921 – 1943)
- [Dal secondo volantino, di Hans Scholl e Alexander Schmorell] E’ questo forse il segno che i tedeschi si sono imbarbariti nei loro più elementari sentimenti umani, che nessuna corda vibra in loro stridendo alla vista di tali azioni, che sono ormai sprofondati in un sonno mortale da cui nessun risveglio sarà mai possibile.
- Hans Scholl (1918 – 1943) Così sembra e così certamente sarà se i tedeschi non si sveglieranno da questa indifferenza, se non protesteranno dovunque essi possano contro questa cricca di criminali, se non parteciperanno al dolore di queste centinaia di migliaia di vittime e non solo essi devono provare compassione per loro ma molto di più: devono sentirsi corresponsabili. Infatti è soltanto a causa del loro comportamento apatico che pochi uomini malvagi hanno la possibilità di agire così. Essi sopportano questo governo che si è macchiato di una colpa infinitamente grande non solo, ma essi sono anche colpevoli che un tale governo si sia potuto instaurare.
- Ciascuno è colpevole, colpevole, colpevole. Hans Scholl e Alexander Schmorell
- Hume notava che «la libertà non si perde tutta in una volta», e quel che vale per la libertà vale anche per la dignità e la giustizia. E siccome il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza, uomini pronti a pagare di persona per la denuncia dell’ingiustizia, rappresentano il sale della terra.
Obbedienza e disobbedienza in filosofia politica
- Con la frattura della cristianità, tra cinque e seicento, sia sul fronte protestante che su quello cattolico si riflette sull’obbedienza e sulla legittimità della ribellione.
- Mentre infuriavano le guerre di religione, i calvinisti francesi teorizzano la sovranità popolare e la legittimità della ribellione e del tirannicidio.
- Spettatore terzo del conflitto religioso, Étienne de La Boétie scrive il Discorso della servitù volontaria, una riflessione classica sulla rinuncia degli uomini alla libertà e la loro sottomissione ad un sovrano.
- Il problema posto da La Boétie, ovvero quello della scelta di servire, il cattivo incontro con la sottomissione che caratterizza la vita associata, è stato ripreso in antropologia da Pierre Clastres il quale, ne La socièté contre l’État, ha notato come alcune società tradizionali, come quelle degli uomini «senza fede, senza legge e senza re» incontrati dai conquistadores, abbiano concepito la loro vita comune in modo totalmente alternativo.
- Henry David Thoreau (1817 – 1862)
- Mohandas K. Gandhi (1869 – 1948)
- Un altro saggio fondamentale è Disobbedienza civile (Civil Disobedience) scritto da Henry David Thoreau nel 1849 in cui l’autore parla espressamente di disobbedienza civile; un testo destinato ad ispirare, successivamente, le battaglie per i diritti civili dei neri e la lotta per l’indipendenza indiana di Mohandas K. Gandhi.
- Così, infatti, Gandhi teorizza la resistenza passiva: Noi cessiamo di collaborare coi nostri governanti quando le loro azioni ci sembrano ingiuste. [M. K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza].
- In Italia fece scandalo il saggio del 1965 L’obbedienza non è più una virtù di Don Lorenzo Milani, che sosteneva l’obiezione di coscienza contro il servizio militare.
Il caso di Kitty Genovese e l’indifferenza dello spettatore
Il caso di Kitty Genovese
- Le orribili circostanze dell’omicidio di Kitty Genovese, avvenuto nel Queens di New York nel 1964, avviarono le ricerche sull’indifferenza del passante e l‘effetto spettatore.
- Catherine Susan Genovese fu uccisa alle tre di notte del 13 marzo 1964, mentre tornava a casa dopo la chiusura del bar in cui lavorava.
- Il suo assassino le inferse due coltellate alla schiena e si allontanò quando da una finestra qualcuno rispose alle grida della donna urlando di lasciarla in pace.
- Mentre Kitty cercava di raggiungere strisciando il proprio appartamento, l’uomo tornò indietro per accoltellarla nuovamente e rubarle il portafoglio, quindi mentre la ragazza era ormai agonizzante, la violentò.
- La durata complessiva dell’aggressione fu di circa mezz’ora.
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