Filosofia 1 - Capitolo 6.3

Nel secondo capitolo del Sutra del loto il Buddha comprende che le sue parole possono essere un «mezzo» provvisorio (hōben) per far progredire l’uomo sulla via della realizzazione ultima, con la certezza che la verità possa essere conosciuta attraverso una comprensione graduale della mente.

Nel terzo capitolo del sutra il Buddha spiega perché, pur conoscendo la verità ultima, ha in precedenza insegnato verità inferiori e parziali. Il Buddha valuta attentamente le capacità spirituali dell’uditore ed espone la verità inventando «espedienti» concettuali diversi, ma adatti al livello di comprensione di chi lo ascolta.

È l’assoluto che sempre cerca l’uomo, abbassandosi per rispondere a quella speranza di salvezza che è nascosta nel segreto di ognuno.

Gli insegnamenti del Buddha sono un mezzo, così come le tecniche meditative, e sono solo espedienti per aiutare la mente a raggiungere la verità ultima. La conoscenza più profonda, l’intuizione del vuoto, può essere racchiusa solo nel silenzio dell’illuminato.

Saichō comprese a fondo il carattere polemico e innovatore del Sutra del loto. Una grande distanza separava ancora gli shōmon, coloro che avevano raggiunto l’illuminazione seguendo le parole del Buddha, e gli engaku, che avevano realizzato la verità senza avere ascoltato l’insegnamento del Dharma. Era giunto il tempo di rivelare la realtà ultime, ovvero che la Via che portava alla salvezza era in realtà una sola, quella del Buddha.

Nel pensiero di Saichō la dicotomia fra la perfezione della verità e la limitazione della mente dell’uomo era insufficiente, ma poteva essere superata individuando un terzo e più profondo livello di verità.

La prima forma di conoscenza consiste nell’insegnamento «provvisorio», ke.

La seconda forma di conoscenza corrisponde all’insegnamento del «vuoto», ku.

La terza forma di conoscenza è basata sull’insegnamento della via di «mezzo», chū. Essa si fonda su un’affermazione radicale del mondo perché insegna che i componenti della realtà non sono né assolutamente vuoti né assolutamente «reali». Il mondo cioè non deve essere compreso solo come illusione o solo come vuoto. Attraverso una comprensione profonda delle forme provvisorie si realizza il vuoto, e attraverso la comprensione delle loro unità si realizza la Via di Mezzo insegnata al Buddha.

Saichō adotta una forma di meditazione, la shikan, attraverso cui sperimentare i tre livelli di apprendimento della verità.

Il monaco calma la sua mente e si concentra per rafforzare in sé la determinazione a raggiungere l’illuminazione, dōshin, ed inizia il suo itinerario meditativo. Alla fine affronta l’ultimo, più alto livello di meditazione, dove la sua mente deve realizzare quella che è forse l’idea più ardua da fare propria, la «fondamentale identità tra il vuoto e le forme provvisorie». E quando entrambi gli estremi, il saṃsāra e il nirvāṇa, sono simultaneamente illuminati e simultaneamente sradicati, la sua mente è veramente libera.

La meditazione del Tendai è volta a realizzare che la verità può essere espressa in termini soggettivi. Tutti i fenomeni sono appresi in una singola intuizione del vuoto, ichinen sanzen.

Saichō fece anche proprie quattro più specifiche tecniche meditative della tradizione cinese, sistematizzandole in un coerente itinerario di autoconoscenza e di liberazione:

La prima forma di meditazione è il jōza sanmai, che consiste nello stare seduti in silenzio nella posizione del loto per novanta giorni, concentrandosi sull’immagine di Monju bosatsu.

La seconda forma è il jōgyō sanmai, che dura novanta giorni e consiste nel camminare senza posa intorno alla statua del Buddha Amida intonando il suo sacro nome.

La terza forma di meditazione è lo hangyō hanza sanmai, associata alla figura di Fugen bosatsu. Nella prima fase del periodo di meditazione, che dura sette giorni, il meditante cammina lentamente attorno all’immagine intonando un mantra, e alla fine siede in meditazione per ventun giorni.