latino

ETA’ GIULIO CLAUDIA

TIBERIO=

  • introverso, non interessava ruolo di princeps, rinuncia ad alcuni titoli ereditati.

  • Vuole restaurare la res publica con principato.

  • Visto come crudele si ritira a Capri e potere va ad Elio Sciano=processi e condanne.

CALIGOLA=

  • modello assolutistico orientale= sovrano incarnazione di un nume.

  • Vistosi cerimoniali a corte e spettacoli e ludi magnifici. Ucciso da congiura senatoria per la sua stravaganza.

CLAUDIO=

  • imperatore incapace, sembrava calmo.

  • Succube mogli Agrippina e Messalina.

  • Prova a mediare tra esigenze del princeps e del senato ma non riesce, era in balia delle donne. Agrippina lo avvelena per far andare al potere il figlio Nerone.

NERONE= 2 fasi.

  • Nella prima ha una politica filosenatoria e conciliatrice guidato da Seneca.

  • Poi ha una politica assolutistica entrando in conflitto con il senato ed uccidendo la madre Agrippina.

Scopre la congiura pisoniana e si libera di Seneca, Lucano e Petronio.

Nerone è amante della letteratura. La favolistica diventa strumento del potere imperiale con un elogio al princeps. Nerone da spazio alla letteratura nei giochi.

Le forme di governo incidono sulla letteratura, non c’era libertà di espressione. Entra in crisi l’oratoria, la satira, epica solo per compiacere gli imperatori e storiografia anche.

LUCANO

Nasce in Spagna, nipote di Seneca. A Roma educazione e ammesso alla cerchia di amici di Nerone.

  • Nerone si infastidisce del successo di Lucano

  • Costretto a uccidersi dopo congiura Pisoniana

Scrive la Pharsalia:

L’argomento è la guerra civile tra Cesare e Pompeo, sarebbe dovuta arrivare alla morte di Cesare nelle Idii di Marzo

  • Non terminato a causa dell’improvvisa morte, scrive 10 libri ma sarebbero dovuti essere 12 come Eneide. Ci sono 2 tipi di suddivisione:

  • In tetradi, gruppi di 4 libri: Primo su Cesare, 2 su Pompeo, 3 su Catone

  • In 2 esami come Eneide con al centro la necromanzia

  • Le fonti sono libri di Tito Livio e storie delle guerre civili, commentari di Cesare

  • Era un’epica nuova: tratti storiografici, ribalta iil sistema epico omerico virgiliano. Non c’è eroe positivo, Cesare è visto come un tiranno e strumento del fato contro Roma.

  • Assenza di intervento degli Dei, c’è un magico stregonesco tratto dalle superstizioni popolari, componente cupa e tenebrosa.

  • Pharsalia racconta fine della res publica, anti-mito di Roma. In Virgilio la guerra portava a un futuro glorioso.

  • Catone trova saggezza e ha un evoluzione interiore

  • Pompeo è l’eroe in declino, pereguitato dal fato, riflette contrasto tra passato glorioso di Roma e la sua decadenza

  • Per Lucano la fine di Roma è la fine del mondo, rabbia anti-tirannica

  • STILE: stile drammatico e parattatico, con ossimori e antitesi. Linguaggio anti-classico, inserisce la sua voce nei testi. Usa un iperrealismo che mostra una realtà allucinata e mostruosa.Tacito

SENECA

VITA E OPERE

Lucio Anneo Seneca nasce a Cordova, città della Spagna, di antiche tradizioni repubblicane; la città aveva parteggiato per Pompeo contro Cesare nella guerra civile.

Nasce tra il 12 e il 4 d.C. da famiglia appartenente all’ordine equestre che si distingue per gli interessi intellettuali e letterari.

Seneca arriva in tenera età a Roma e studia retorica presso i migliori maestri che lasciano su di lui una indelebile traccia sulla formazione umana e intellettuale → la sua filosofia avrà un’impronta ascetica e austera.

Dopo il 26 vive alcuni anni in Egitto per problemi di salute → asma.

Torna a Roma e ottiene la questura → acquista rinomanza per la sua abilità oratoria.

Nel 41 Seneca viene accusato di essere coinvolto nell’adulterio di una delle sorelle di Caligola da Messalina → viene quindi mandato in esilio in Corsica dove rimane 8 anni.

Qui scrive la “Consolatio ad Helviam Matrem” e la “Consolatio ad Polybium” per far sì che Claudio lo richiami. Polybium era un liberto di Claudio che perde il fratello, Seneca lo consola per farsi aiutare a tornare dall’esilio. C’è anche un grande elogio a Claudio.

Dopo la morte di Messalina e il matrimonio di Claudio con Agrippina, madre di Nerone, viene accettato a Roma → gli viene dato l’incarico dell’educazione di Nerone.

Quando Claudio muore, probabilmente avvelenato da Agrippina, sale al potere Nerone e Seneca diventa consigliere del principe.

Allo stesso tempo Seneca scrive una velenosa satira su Claudio e l’elogio funebre sempre di Claudio.

Tra il 55 e il 56 scrive il De Clementia → guida Nerone e indirizza il suo comportamento politico. È una lode di Nerone dove dice che è importante essere clemente.

Allo stesso tempo Nerone uccide Britannico, discendente di Claudio e Messalina.

Nerone uccide anche Agrippina e Seneca aiuta a compiere il delitto, sprona Nerone a farlo.

Seneca resta vicino a Nerone fino alla morte di Burro (uomo che guidava Nerone) e si ritira a vita privata.

Nel 65 viene scoperta la congiura pisoniana e Seneca è costretto ad uccidersi.


LE CONTRADDIZIONI DI SENECA

La figura di Seneca è molto contraddittoria tra ciò che esprime nelle opere e come vive.

C’è incoerenza tra le austere dottrine professate e le ricchezze accumulate.
Austeritas = essenziale

Contraddizioni:

  1. Vita politica vs vita privata → professa di vivere nell’essenzialità eppure accumula ricchezze senza scrupoli.

  2. Professa la clemenza ma aiuta a uccidere Agrippina → scrive il De Clementia ma giustifica e è complice dell’assassinio.

  3. Elogio funebre vs satira → scrive l’elogio funebre di Claudio allo stesso tempo di una satira feroce contro Claudio.

  4. Vita ascetica contemplativa vs vita politica → non ha senso della misura.

Lo stile di scrittura perde armonia, è inquieto e drammatico.


IL PENSIERO DI SENECA

La ricerca della saggezza

La ricerca filosofica di Seneca è incentrata sull’essere umano che secondo lui sebbene sia composto da corpo e spirito con un corpo mortale e uno spirito immortale vede queste 2 parti non scindibili (divisibili) e non come nella religione cristiana in conflitto tra loro (nel pensiero cristiano il corpo = peccato, anima = no). L’anima però vive un’interiore separazione tra tensione al bene e tensione al male.

Secondo Seneca l’uomo nasce buono ma è indotto al male da circostanze esterne che portano ad una deviazione dal bene.

Nessuno è immune da vizi o peccati e la vita è una lotta costante contro i vizi che necessita di reciproco perdono.

Tra i vizi peggiori c’è l’ira, che costa al genere umano enormi sofferenze.

La conquista della saggezza per Seneca significa la capacità di usare la ragione per moderare gli eccessi.

L’obiettivo di un uomo deve essere la ricerca della serenità che è una virtù che si conquista con la sapienza.

Per questo l’educazione e la formazione morale sono strumenti importanti che l’uomo deve usare per tutta la vita per liberarsi dai vizi e dai mali.


Tra le varie discipline quella più importante è la filosofia, che educa alla sapienza.

Fin da piccoli si devono avere educazioni che devono prima operare una fase distruttiva, cioè distruggere il male.

Poi una costruttiva, cioè indirizzare al bene.

Il maestro deve educare per piccoli passi coltivando lo spirito dell’alunno.

L’alunno deve sapere che nemmeno il maestro è perfetto, poiché il perfezionamento interiore dura una vita.

L’alunno a un certo punto dovrà sganciarsi dal maestro ma proseguire con l’autoeducazione attraverso i libri perché leggere un libro è come un colloquio con un maestro antico.

Cultura per Seneca è far diventare proprio quanto detto dai maestri di ogni epoca.

Una parte del percorso verso la saggezza è data secondo Seneca anche dalla autoanalisi e dalla introspezione.

Seneca crede nell’esame di coscienza, cioè analizzare il proprio animo cogliendo lati negativi e positivi per lavorare con la ragione.


RELAZIONI UMANE IN SENECA

Secondo Seneca l’uomo è l’animale più forte perché ha 2 cose in più degli altri:

  1. la ragione

  2. la società, cioè il vivere e l’aiutarsi con gli altri.

È inevitabile quindi che per Seneca siano importanti i rapporti umani, primo fra tutti l’amicizia.

Secondo Seneca un compito fondamentale del saggio è il prodesse, cioè essere utile agli altri e alla società.

Anche se (contraddizione) Seneca a volte mostra diffidenza nei confronti degli amici, della società e persino dei propri cari perché a volte possono corromperci e contagiarci con i loro vizi.

In particolare non ama il popolo, la massa, che vede facilmente indirizzata ai vizi.

Crede quindi nella solidarietà ma mostra a volte un distacco aristocratico.

Crede in assoluto nell’uguaglianza fra gli uomini e anche tra schiavo e padrone, poiché crede che la schiavitù a Roma sia solo una condizione giuridica e quindi che uno schiavo deve essere trattato con dignità.

La scala gerarchica esiste da un punto di vista sociale ed economico ma non deve esistere sul piano morale e umano.


IL RAPPORTO TRA VITA E MORTE

Spesso nelle sue opere Seneca si interroga sul rapporto tra vita e morte e si chiede se la vita sia troppo breve.

Secondo Seneca sbaglia chi si lamenta della brevità della vita perché il problema non è quanto sia breve la vita ma quanto tempo noi per stupidità sprechiamo.

La nostra vita è spesso frenetica, piena di impegni inutili nei quali sprechiamo troppo tempo dedicandone troppo poco a noi stessi.

L’uomo deve imparare a distinguere i veri beni da quelli superflui che creano solo piaceri apparenti e portano via troppo tempo ed energia.

L’uomo deve imparare a dare il giusto valore ai concetti di bene e di male.

Tra i beni per i quali l’uomo spreca tempo ed energie c’è la ricchezza.

Secondo Seneca la ricchezza è una adiaphora.

ADIAPHORA = una di quelle cose umane che non sono né positive né negative in sé ma moralmente indifferenti.

È l’uso che ognuno ne fa che determina il valore.

Il saggio può essere povero ma non è un male se è ricco se fa buon uso della ricchezza.

Tra le cose che l’uomo considera un male e che teme c’è la morte.

Anche la morte è per Seneca una adiaphora: siamo noi a darle valore.

Secondo Seneca la morte non è il momento in cui la vita finisce ma la morte ci accompagna ogni giorno.

Ogni giorno che passa è una piccola parte di noi che muore e non torna più, quindi noi moriamo un poco ogni giorno.

Questo dovrebbe farci apprezzare il tempo e dovrebbe spingerci a non sprecare momenti della vita.


RAPPORTO CON IL DIVINO

Per Seneca il cammino verso la saggezza è una costante tendenza alla perfezione che diventa tendenza verso l’assoluto, che è Dio.

Dio per Seneca è un’entità che con la sua ratio ordina, regola e rende armonico l’universo secondo la visione del divino tipica dello stoicismo.

Per Seneca esiste un fato che è la volontà di Dio che muove e indirizza le cose nell’universo.

Anche se Seneca crede che l’uomo abbia margini di libertà di azione (scelte non decise da Dio), l’uomo ha l’autonomia per scegliere il bene o il male.

L’uomo per Seneca può arrivare a elevarsi al divino e in alcuni casi può teoricamente superare il divino perché arriva al bene attraverso la fatica dello scegliere e il superamento di ostacoli, cosa che Dio, che è bene in sé, non deve fare.


FILOSOFIA E POTERE

Seneca si differenzia da altri scrittori contemporanei per la sua partecipazione alla vita politica.

Nelle opere filosofiche vediamo inevitabilmente il rapporto tra vita attiva e vita contemplativa.

Ci saranno risposte diverse e spesso opposte.

Negli anni ’50 quando Seneca era al fianco di Nerone sostiene la necessità di partecipare alla vita pubblica per poi concentrarsi invece sull’interiorità della coscienza.

Anche il periodo storico legato all’assolutismo rendeva più difficile la conciliazione dei due aspetti.

Il principio a cui Seneca resta sempre fedele è quello della necessità di tutti di rendersi utili a tutti gli uomini senza sottrarsi alle responsabilità umane e civili.


LE OPERE

DE TRANQUILLITATE ANIMI

Nel De tranquillitate animi Seneca parla del tema dell’utilità.

Dice che se non si ha la possibilità di essere utili in un modo allora bisogna provare ad esserlo in un altro.

Sostiene che in ogni caso bisogna trovare un modo per aiutare lo stato romano, poiché questo gesto non sarà mai inutile.

Esempio: “bevo vino da privato, farò l’oratore”.

Nella visione tipica romana è sempre possibile essere utili.

Seneca si basa sul principio del bene comune.


DE CLEMENTIA

Nel De Clementia Seneca vuole dare una soluzione al problema del rapporto fra principe e sudditi.

È composto da 3 libri.

I principi teorici sono quelli ellenistici dello stoicismo: il rex iustus governa lo stato come la mens divina regola razionalmente e provvidenzialmente l’universo.

La monarchia è un’istituzione conforme a natura non solo utile ma anche necessaria.

Il re è l’incarnazione del sapiens → irradia le proprie virtù al mondo a lui sottomesso.

Il problema è: visto che la monarchia è necessaria devo rendere saggio il princeps.

Compito che spetta alla filosofia e a Seneca stesso.

Negli ultimi 40 anni ogni volta che saliva al potere un nuovo principe seguivano sempre vendette ed eliminazioni di persone.

L’elogio di Nerone all’inizio del De Clementia provoca 2 sentimenti opposti ma legati tra loro:

  1. Da una parte lo stupore davanti alla clemenza mostrata da Nerone finora.

  2. Dall’altra il timore che questa sua clemenza durasse poco.

Seneca conosceva bene Nerone.

Il problema era come limitare il potere assoluto di un sovrano.

Dove non bastavano più le leggi dello stato serviva la legge morale.

Al tempo i sudditi contavano solo sulla virtù del principe, cioè la capacità di controllarsi con il potere, sull’umanità e sulla capacità di moderarsi.

La clemenza era fondamentale per il buon funzionamento del governo monarchico.

Come esempio Seneca usa l’esempio delle api: la regina non ha il pungiglione perché la natura non voleva che fosse crudele.

Secondo Seneca imperatore e sudditi creano un unico organismo → imperatore = anima, sudditi = corpo.

Risparmiare un suddito = risparmiare parte di sé stesso.

Il De Clementia è a metà fra una richiesta al principe e uno specchio di virtù.

Seneca vuole che Nerone segua questi principi.


IL DE OTIO

Il De Otio è un’opera in contrasto con le precedenti, scritta nel 62.

Nel finale del De Otio Seneca scrive cosa deve fare il saggio quando è costretto a vivere in uno stato in cui la guerra civile non finisce mai, in cui c’è crudeltà e ostilità verso i cittadini.

Il saggio eviterà questo stato.

Nel De Otio prevale un atteggiamento pessimista e sfiduciato.

Seneca dice che passando in rassegna tutti gli stati non ne trova nemmeno uno in grado di accogliere un saggio o che il saggio possa sopportare.

Se non si può essere utili, se non esiste lo stato ideale, è meglio una vita appartata.

Ozio = ritorno alla ricerca di sé, dell’interiorità.


EPISTULAE AD LUCILIUM

Nelle Epistulae ad Lucilium Seneca si concentra sul perfezionamento interiore rivolgendosi agli uomini del futuro, parlando come guida spirituale.

Ci sono 2 poli su cui gira il pensiero di Seneca negli anni:

  1. il problema del potere

  2. quello della vita interiore

Questi aspetti non sono in conflitto → il saggio essendo utile agli altri è utile anche a sé stesso.

La filosofia di Seneca sposta il centro dell’interesse dall’ambito pubblico a quello individuale.

Porta a compimento un processo cominciato già da due secoli a Roma e che si richiama alla filosofia ellenistica.

Il saggio si sottrae dalle passioni e dal caos del mondo esterno diventando padrone di sé stesso.

→ si rende libero e diventa padrone di sé stesso.

Il concetto di libertas passa dal piano pubblico a quello personale.

Solo chi ricerca il sapere è libero.

In Cicerone la filosofia era un servizio per la Res Publica.

Con Seneca la filosofia è la ricerca della saggezza.


DE BREVITATE VITAE

In questa opera Seneca affronta il problema del tempo.

Dice che la vita è lunga se la si usa bene ma è una piccola parte quella che viviamo davvero.

Tutto il resto dell’esistenza è solo tempo.

Non ha importanza quanto tempo si ha ma come lo si spende.

Secondo Seneca la maggior parte degli uomini sono fannulloni oziosi.

Dice che la natura non è avara con gli uomini ma siamo noi a sprecare il tempo.

Se facessimo buon uso del tempo potremmo compiere grandi cose.

Seneca dice che è sciocco rimandare la vita e confidare sempre nel futuro, sprecando così il presente.

La vita di chi è sempre impegnato è brevissima perché non sanno guardare nel passato e quando lo fanno si accorgono solo di aver sprecato tempo.

Solo il saggio può guardare serenamente il proprio passato.

Il tempo è velocissimo e per questo è un tema centrale nella riflessione morale di Seneca.

Seneca afferma che dobbiamo imparare a vivere nel presente perché è l’unica cosa che davvero possediamo.

L’uomo stupido rende poco il tempo sprecandolo.

Seneca mette la qualità davanti alla quantità.

Il saggio sa che non deve vivere sempre pensando al futuro inseguendo speranze inutili e rinviando le cose.

Il saggio deve cercare:

  • equilibrio

  • libertà interiore

  • autarkeia (autonomia spirituale)

Il presente è il vero tempo che viviamo e deve essere valorizzato, non sprecato.

Seneca usa metafore per parlare del tempo:

  1. il fiume → tempo che scorre e travolge ogni cosa

  2. il punto → tempo che si contrae fino quasi a scomparire

  3. l’abisso del passato e del futuro → tempo che l’uomo perde nel buio

Questo pensiero è la proiezione di una situazione politica → basta un cenno dell’imperatore perché la tua vita finisca.

L’unico uomo che può opporsi a questa angoscia del tempo che scorre è il saggio.

→ sposta il valore dalla quantità alla qualità della vita e si concentra sul presente.


NATURALES QUAESTIONES

Sono importanti i 7 libri di Seneca chiamati Naturales Quaestiones, di argomento scientifico.

L’opera è dedicata a Lucilio e affronta argomenti di carattere meteorologico:

  • arcobaleni

  • meteore

  • tuoni

  • lampi

  • acque terrestri

  • le piene del Nilo

  • grandine

  • neve

  • terremoti

  • comete.

Seneca spiega che studiare la natura significa capire l’ordine razionale e provvidenziale del cosmo governato dalla mens divina.

La scienza della natura era quindi legata alla teologia.

Seneca nell’epistola 90 distingue sagacitas e sapientia:

  • sagacitas = prodotto di un ingegno inferiore che osserva la terra e i fenomeni visibili

  • sapientia = frutto di una ricerca spirituale che permette all’uomo di elevarsi verso il cielo.

Gli studi scientifici assumono valore solo all’interno di una prospettiva morale.

Non conta sapere ma diventare più saggi.

Seneca vuole liberare gli uomini dalla paura dei fenomeni naturali.

Nella prefazione del 3° libro Seneca indica 7 punti che dicono ciò che è veramente importante nella vita dell’uomo.

Nel 6° invita Lucilio a liberarsi dagli adulanti (persone che dicono complimenti falsi).

Nel finale critica gli studi contemporanei.

Seneca chiude il trattato con una riflessione morale: gli uomini sono spinti dal commercio e dall’avidità.

Dice che il mondo è governato da una legge razionale e che non bisogna abbandonare la filosofia e che si continuerà a scoprire.

Ogni progresso porta al progresso nelle virtù e viceversa.


UNA SATIRA MENIPPEA: L’APOKOLOKYNTOSIS

Alla morte di Claudio Seneca scrive la laudatio funebris letta da Nerone in senato.

Ode e celebrazione ma Claudio era pubblicamente preso in giro.

È l’unica satira menippea latina giunta integralmente.

Il titolo significa zucchificazione, indica la trasformazione in zucca.

Claudio (idiota) pretende di essere divinizzato.

La satira menippea è un genere letterario satirico nato in Grecia dal filosofo Menippo.

È scritta parte in prosa e parte in versi.

Alterna toni seri a toni comici in forma di parodia.

Seneca annuncia di voler riferire una storia di fatti veri.

  1. La storia ha inizio sulla terra → Claudio muore per intervento di Mercurio che convince le Parche (divinità che tagliano i fili che tengono in vita le persone) a tagliare il filo che teneva in vita l’imperatore.

  2. Claudio si presenta al concilio divino per vedere se divinizzarlo o no e viene descritto in modo comico come essere mostruoso e non catalogabile.

Augusto condanna Claudio a non essere divinizzato per i crimini e le vicende fatte.

Mercurio trascina quindi Claudio verso gli inferi tenendolo per il collo.

Solo qua si rende conto di essere davvero morto.

Durante i funerali sembrano tutti felici e le laudis Claudi sono ironiche ed una presa in giro.

  1. Claudio arriva negli inferi e viene accolto da una folla di vittime del suo principato.

→ 35 senatori uccisi, 321 cavalieri romani uccisi, e molti altri.

Come condanna Claudio dovrà giocare per l’eternità con un dado bucato.

→ contrappasso ironico dato che Claudio aveva speso tanto tempo a giocare.

Passa poi Caligola e lo reclama come schiavo negli inferi.

Il giudice degli inferi consegna Claudio ad un suo liberto.


LE TRAGEDIE

Le tragedie di Seneca sono 10.

Sono gli unici testi tragici latini conservati integralmente.

Le tragedie sono di 2 tipi:

  1. Fabulae cothurnatae → di argomento greco (cothurnus = stivaletto greco)

  2. Fabulae praetextae → di argomento romano (Octavia, dubitano sia realmente di Seneca)

Altri studiosi assegnano la scrittura delle tragedie all’esilio o agli ultimi anni di vita.

Octavia è ambientata nella corte.

Tra i personaggi c’è Seneca che cerca di fermare Nerone dai suoi gesti.

Ottavia viene uccisa e Agrippina profetizza a Nerone una fine simile.

Nerone al centro e Ottavia come donna travolta dal potere.

Le tragedie di Seneca sono fedeli ai modelli greci.

Seneca porta all’estremo il gusto spettacolare, intenso e teatrale della tragedia romana arcaica.

È importante anche l’indagine psicologica delle figure femminili.

Le azioni sceniche sono influenzate anche dalle parti corali, che svolgono il ruolo di voce fuori campo.

Seneca fa diventare il coro quasi come un secondo narratore.

C’è un’indagine psicologica e introspettiva dei personaggi.

Probabilmente queste tragedie venivano solo lette.

Ci sono 2 teorie sullo scopo e significato delle tragedie:

  1. lettura di opposizione → messaggio contro l’élite aristocratica.

  2. lettura pedagogica → insegnare a resistere alla violenza, alle passioni e affrontare il tiranno Nerone.

I protagonisti sono travolti dalle passioni e non controllano gli impulsi violenti.

I personaggi di Seneca si misurano con la coscienza nello scontro tra ratio e furor (ragione vs violenza).

Il furor distrugge ogni proposito di saggezza.

Il linguaggio è barocco, molto solenne con uno stile anti-classico, pieno e ricco di retorica.

Ci sono battute brevi e taglienti, dialoghi e linguaggio conciso.

PETRONIO

Il Satyricon e la questione petroniana

Attraverso codici giunti a noi in maniera casuale ci sono arrivati alcuni brani di un lungo romanzo intitolato Satyricon.
Il Satyricon è scritto in prosa e in versi e viene attribuito a Petronio Arbiter, ma non si sa con certezza sia lui.

Gli editori in età rinascimentale identificavano l’autore del Satyricon con il Petronio di cui parla Tacito negli Annales.
Viene descritto (Petronio) come un uomo raffinato ed eccentrico, che amava i piaceri e arbiter dell’eleganza.

Tacito dice che Petronio era diventato elegantiae arbiter nella corte neroniana.
Petronio viene poi costretto al suicidio a causa della congiura pisoniana.

Nasce la questione petroniana, ossia il problema dell’identificazione dell’autore del Satyricon.

Ci sono due posizioni contrapposte:

1. Teoria unitarista

sostiene che l’autore del Satyricon è lo stesso Petronio di Tacito e quindi che l’opera è stata scritta in età neroniana.

2. Teoria separatista

sostiene che l’autore del Satyricon non è il Petronio di Tacito e che il romanzo sia stato scritto più tardi, secondo alcuni in età flavia, altri in età antonina o addirittura nel II secolo.

Si privilegia la teoria unitarista.

Le ragioni dei separatisti si basano su constatazioni:

  • Tacito nel descrivere Petronio non cita l’esistenza del Satyricon; Tacito fa però lo stesso con Seneca e Lucano, non parla della loro attività letteraria.

  • Tutte le testimonianze sul Satyricon sono posteriori alla fine del I secolo d.C.

  • Il linguaggio del Satyricon è pieno di volgarismi, irregolarità e registri bassi. Non corrisponde al linguaggio dell’epoca di Nerone ma a un’epoca successiva.

Tuttavia è stato dimostrato che questi elementi linguistici erano già presenti nell’Apokolokyntosis di Seneca e nelle iscrizioni pompeiane.

Argomenti a favore della teoria unitarista

  • Nei codici che tramandano il romanzo compare il nome Petronius Arbiter, che coincide con l’espressione elegantiae arbiter usata da Tacito.

  • L’atmosfera del Satyricon (lusso, ironia, eccentricità) si adatta al ritratto di Petronio fatto da Tacito.

  • Nel romanzo compaiono riferimenti ad attori, cantanti e gladiatori famosi ai tempi di Caligola e Nerone, mentre non ci sono richiami a personaggi di epoche successive.

  • Le discussioni letterarie presenti nel Satyricon sono coerenti al clima culturale della corte di Nerone.

  • Nel romanzo si fa riferimento a un altro poemetto epico chiamato Troiae halosis (“la presa di Troia”). Questo potrebbe essere un’allusione parodica alle ambizioni letterarie di Nerone, che aveva scritto un poemetto sullo stesso argomento.

  • Ci sono forti analogie di stile e di lingua con l’Apokolokyntosis di Seneca.

È quindi ragionevole pensare che l’autore del Satyricon sia il Petronio di cui parla Tacito.

Non ci sono infatti prove storiche o linguistiche che contraddicano questa ipotesi.

È probabile che il Satyricon fosse destinato allo stesso ambiente della corte di Nerone.

È possibile che il Satyricon fosse stato pensato per una recitazione pubblica da tenersi all’interno della corte imperiale.


IL SATYRICON

Il Satyricon non ci è arrivato intero; ci mancano la parte iniziale e quella finale, oltre a lacune nel resto del libro.

A causa dei numerosi pezzi mancanti non sappiamo quanto fosse lungo il romanzo.
Dai tre libri che abbiamo possiamo però intuire che sarebbe stato un libro molto lungo.

La parte che ci è rimasta è stata raccolta dagli studiosi moderni in 141 brevi capitoli senza una vera divisione in libri.

L’opera alterna una maggior parte in prosa e 33 brani poetici.

La narrazione è in prima persona, condotta da Encolpio, protagonista della vicenda.

Dentro alla storia principale si inseriscono altri racconti.

Il Satyricon usa la tecnica del racconto ad incastro, si inseriscono 5 novelle dentro il racconto, con narratori diversi.

Il titolo dell’opera doveva essere molto probabilmente Satyrica, che significava letteralmente “storie di satiri”.

Indica storie oscene, ed è un gioco di parole tra satiri e satire di satiri, cioè argomenti osceni, esuberanza erotica.

Il Satyricon è una forma narrativa aperta che mescola generi e modelli diversi, ha diversi piani di lettura.


STRUTTURA GENERALE DEL FRAMMENTO CONSERVATO

Il lungo frammento che ci è arrivato può essere diviso in 5 blocchi:

  1. le avventure di Encolpio, Ascilto e Gitone in una Graeca urbs dell’Italia meridionale

  2. la Cena Trimalchionis, episodio più compatto e unitario

  3. le nuove avventure nella Graeca urbs, Encolpio conosce Eumolpo, Ascilto scompare dalla scena

  4. l’episodio sulla nave di Lica e Trifena

  5. l’arrivo a Crotone

Da accenni sparsi nel testo possiamo tentare di ricostruire i pezzi mancanti.


TRAMA

Encolpio è uno studente senza soldi ma colto, narratore e protagonista del romanzo.

È perseguitato da Priapo, divinità del sesso e della fertilità, perché ha profanato i suoi misteri e divulgato un segreto.

Fuggito in Italia Encolpio viene accusato di un crimine e condannato all’arena (ad bestias).
Sfugge al carcere e si dirige verso sud assieme a Gitone, di cui si innamora e diventa il suo amante.

I due vivono un’avventura erotica con Trifena, una cortigiana impetuosa e possessiva.

Hanno a che fare con Lica, un trafficante di schiavi che comanda una nave.

Abbandonati questi due Encolpio e Gitone incontrano Ascilto, che diventa rivale in amore di Encolpio, dando origine a un triangolo amoroso.

I tre disturbano dei riti in onore di Priapo celebrati dalla sacerdotessa Quartilla.

Da qui parte il pezzo a noi pervenuto.

I tre vanno avanti con la rivalità e Quartilla per punizione li sottopone a tre giorni di cerimonie sessuali.

Sfuggiti da Quartilla partecipano a una cena nella casa di Trimalchione, un liberto arricchito che ostenta un lusso esagerato e volgare.

Sono cene romane dove bevono e mangiano molto.

Dopo la cena Encolpio e Ascilto litigano per Gitone.
Invitato a scegliere, Gitone sceglie Ascilto.

Encolpio disperato entra in una pinacoteca e incontra Eumolpo, un vecchio poeta povero.

Eumolpo racconta una novella e discute con Encolpio sulla decadenza dell’arte.

Encolpio ritrova Gitone e geloso di Ascilto parte con Eumolpo su una nave che però appartiene a Lica e Trifena.

I protagonisti finiscono in una battaglia e una tempesta.

La nave naufraga, Lica muore.

Arrivati a Crotone, Eumolpo si finge un ricco possidente e Gitone ed Encolpio si fingono suoi schiavi.

Encolpio è ancora perseguitato da Priapo e soffre di impotenza.

Il giovane recupera la virilità grazie a Mercurio.

Eumolpo detta un testamento assurdo: potranno ereditare i suoi beni solo coloro che accettano di nutrirsi del suo cadavere.

Il libro si conclude con un abitante di Crotone che accetta questa clausola.


IL PROBLEMA DEL GENERE E I MODELLI

Non è chiaro a quale genere appartenga il Satyricon.

Ha diversi piani di lettura in base al lettore.

Macrobio lo collocava tra le opere narrative di puro intrattenimento.
Giovanni Lido lo colloca tra le satire.

Ci sono nel Satyricon elementi:

  • del romanzo antico

  • della fabula milesia

  • del mimo

  • della satira menippea

Fabula milesia

Genere che nasce nel II secolo a.C. in Grecia.

Sono novelle erotiche o macabre, spesso con interventi soprannaturali o magici, spesso narrate in prima persona dal protagonista.

Il Satyricon riprende il romanzo greco ma lo capovolge.

Il romanzo greco era di basso livello, per semplice intrattenimento.

Raccontava storie d’amore centrate su una coppia di innamorati fedeli.

La storia partiva dalla separazione dei due, che dovevano superare ostacoli.

Alla fine c’era sempre un lieto fine, con il ricongiungimento degli innamorati.

Il tono era sentimentale e patetico, l’amore era idealizzato.

L’eroina difendeva sempre la propria verginità.

Il lettore doveva essere sorpreso ma anche ritrovare soluzioni sempre uguali e rassicuranti.

Nel Satyricon ci sono avventure simili a quelle del romanzo greco ma tutto è capovolto in chiave ironica e parodica.

I protagonisti del Satyricon non sono una coppia ideale: sono omosessuali.

Non sono virtuosi e fedeli ma viziosi → antitesi della lealtà.

Anche Ascilto e Eumolpo non sono amici leali.

Non c’è quindi la sicurezza di un lieto fine; ogni progetto fallisce.

Il Satyricon è una parodia del romanzo greco.

Capovolge le situazioni e il senso ideologico.


PARODIA DELL’ODISSEA

Il Satyricon è anche una parodia dell’Odissea.

Come Ulisse è perseguitato da Poseidone, Encolpio è perseguitato da Priapo.

Priapo lo costringe a prove erotiche.

È quindi un mix tra parodia del romanzo greco e dell’Odissea.


SATIRA E REALISMO

Nel mondo latino era diffusa la fabula milesia, novelle di argomento erotico.

Petronio si ispira a questo genere e fa raccontare ad Eumolpo due novelle milesie.

I legami con la letteratura satirica appaiono evidenti già dal titolo.

Questi legami si vedono nella Cena di Trimalchione, che prende in giro i costumi dell’epoca e si richiama a Orazio.

C’è attenzione ai difetti dei personaggi, realismo nell’osservazione e tono sprezzante del narratore → vivido affresco del mondo contemporaneo.

Petronio non ha però intenti morali; è un realismo del distacco.

Sono stretti i rapporti con la satira menippea, alla quale il Satyricon deve:

  • la varietà di registri linguistici

  • la parodia

  • la fusione di elementi realistici e fantastici.


STRUTTURA DEL ROMANZO E STRATEGIE NARRATIVE

Il Satyricon è un’opera letterariamente complessa, che però non è rivolta a un pubblico ingenuo ma a un pubblico colto, capace di apprezzare:

  • l’uso ironico dei materiali narrativi

  • la mescolanza di stili e registri.

Gran parte della narrazione ruota attorno al motivo del viaggio (Odissea).

Il viaggio è vagare senza meta, un viaggio labirintico pieno di trappole e insidie.

Il Satyricon mostra che tutti gli episodi del romanzo seguono lo schema del labirinto.

I personaggi vengono continuamente ingannati nelle loro aspettative, sorpresi dalle ambiguità delle situazioni e dai tranelli di Trimalchione.

L’atmosfera è opprimente.

Al viaggio si aggiunge la ripetizione del triangolo amoroso.

Il viaggio di Encolpio è un viaggio a vuoto: si ritrova sempre al punto di partenza.

C’è un confronto tra gli eventi del romanzo e i grandi modelli epici e tragici del passato.

Il confronto si osserva dall’interno, è Encolpio stesso come narratore colto a raccontare le vicende con un linguaggio scholasticus.

Nasce uno scarto ironico tra il piano dell’autore e del lettore e quello del narratore, sempre sconfitto.

Encolpio vede sé stesso come eroe colto con grandi avventure, ma in realtà noi vediamo che è sconfitto, vaga senza meta e si illude.

Intorno a Encolpio si muovono personaggi degradati e viziosi.

Si muovono nei luoghi tipici della vita quotidiana romana → affresco della quotidianità della Roma del tempo.

Il romanzo tocca grandi problemi sociali del tempo (carestie, ascesa dei liberti…).

Petronio non vuole denunciare la realtà ma osserva la realtà con distacco, che parla attraverso i personaggi.

Nel Satyricon non c’è un narratore esterno che giudica dall’alto con una morale superiore.

Petronio non prende posizione sugli avvenimenti.

I personaggi vengono caratterizzati da come parlano e come si comportano, rivelano la loro cultura e educazione.

Non c’è una visione unica dei fatti: nessun personaggio è la voce dell’autore.

Trimalchione mostra l’ambiguità e la contraddizione dei comportamenti umani spesso ridicoli o mostruosi.


REALISMO MIMETICO ED EFFETTI DI PLURISTILISMO

Il Satyricon è un’opera a più voci, ogni personaggio ha il suo linguaggio.

Ogni personaggio parla come parlerebbe davvero.

Il linguaggio rispecchia la classe sociale e culturale.

Si distinguono due gruppi di personaggi:

Personaggi colti

usano un latino semplice ma elegante, con stile raffinato
(Encolpio, Gitone, Ascilto)

Personaggi incolti

usano un latino popolare e volgare, paratattico, ricco di volgarismi
(liberti alla cena)

Trimalchione è a metà → usa il linguaggio del servo e del colto.


MATRONAE DI EFESO

Una donna che per la fedeltà decide di morire di fame sulla tomba del marito.

Un soldato diventa però il suo amante e quando uno dei corpi scompare per salvare l’amante appende il cadavere del marito.

→ ipocrisia.


CENA DI TRIMALCHIONE

Banchetto offerto da Trimalchione, ricco liberto volgare che ostenta il lusso.

Durante la cena ci sono scene grottesche e piatti stravaganti.

cultura finta.

Età dei Flavi e di Traiano

Con Nerone si concludeva la dinastia Giulio-Claudia e sembra precipitare l’Impero.

In un anno si contendono il potere 4 imperatori:

  • Galba → espressione della nobilitas senatoria → assassinato dai pretoriani

  • Otone → è un neroniano vicino al regime assoluto (quello di Nerone)

  • Vitellio → comandante, viene appoggiato dagli eserciti delle province occidentali

  • Vespasiano → sostenuto dalle truppe orientali e danubiane


VESPASIANO

Con Vespasiano ha inizio la dinastia dei Flavi.

Vespasiano nasce verso la fine del principato augusteo da una famiglia di modeste origini, appartenevano al ceto medio italico. Conta sulla carriera militare e l’appoggio dell’esercito.

Ottiene il titolo a 60 anni → non aveva legami di sangue con la dinastia precedente.

Vespasiano cerca pace ma voleva dare una veste giuridica all’imperatore. Il principato assumeva per la prima volta i contorni di una magistratura a vita. C’era la definizione giuridica dei campi d’azione dell’imperatore → se è chiaro il ruolo dell’imperatore allora non ci sono problemi.

Vespasiano, come Augusto, si presenta come restauratore della pace e della concordia.

Non vuole la divinizzazione e rifiuta il lusso delle corti. Attua una riorganizzazione amministrativa, economica e militare dello stato, risarcisce le casse pubbliche.

Vespasiano è contro il regime assolutistico e autocratico.

Nelle monete emesse durante il suo impero si legge il motto “Roma resurgens” = rinascita di Roma. Le monete avevano la funzione di comunicazione tra l’imperatore ed il popolo, per farsi conoscere si metteva la faccia sulla moneta → da una parte c’era la faccia dell’imperatore e sull’altra il progetto politico.

Vespasiano muore improvvisamente nel 79.


TITO

Dopo Vespasiano sale al potere il figlio Tito → è un generale valoroso in Palestina ma anche spietato e crudele.

Creava preoccupazione tra il popolo romano la sua storia d’amore con la principessa ebrea Berenice, che si diceva avesse molta autorità su di lui.

Sceso al trono Tito rinuncia quindi a Berenice.

Nel suo regno Tito attua grandi imprese di edilizia pubblica, restaurando acquedotti e migliorando le strade. Fa anche grandi giochi e inaugura il Colosseo.
Acquedotto = diffusione di potere.


DOMIZIANO (81-96 d.C.)

Con Domiziano si rompono gli equilibri che i Flavi avevano mantenuto con il senato.

Domiziano riprende il modello autocratico di Caligola e di Nerone, concentrando tutto il potere su di sé e controllando i senatori tramite censura perpetua, riprende anche la divinizzazione e si fa chiamare dominus et deus (signore e Dio).

Favorisce la cultura romano-italica e ostacola la diffusione di culti e correnti orientali.

→ espelle da Roma filosofi e astrologi ed è il primo che fa le persecuzioni religiose.

Rinasce quindi un clima di processi ed esecuzioni che ricorda l’età Giulio-Claudia.

Il 18 settembre 96 d.C. Domiziano viene ucciso in una congiura senatoria → si rischia una grave crisi perché Domiziano era amato dall’esercito, che voleva divinizzarlo.

Il senato rimane oppositore al principato ma non abbastanza da tornare alla Repubblica.


NERVA (96-98 d.C.)

Dopo l’uccisione di Domiziano sale al potere Nerva, un anziano esponente della nobiltà italica.

Doveva risolvere il problema dell’esercito arrabbiato per l’assassinio di Domiziano. Voleva ricucire il rapporto tra imperatore, l’esercito ed il senato.

Nel suo breve principato agisce con prudenza e:

  • placa le tensioni dei pretoriani e condanna a morte gli assassini di Domiziano

  • abolisce l’uso repressivo della “lex de maiestate” → puniva chi offendeva l’imperatore

  • avvia una riforma delle finanze pubbliche

  • punta alla restaurazione morale dello stato romano

Introduce un nuovo principio → non c’è successione dinastica ma adozione del migliore.

→ inizia l’epoca degli imperatori adottivi.


TRAIANO (98-117 d.C.)

Il successore scelto da Nerva è Traiano, un ufficiale di carriera di origine spagnola.

→ è il primo imperatore di origine provinciale.

La sua nomina mostra lo spostamento del potere da Roma e dall’Italia verso le province occidentali dell’impero, soprattutto la Spagna.

Traiano non va in conflitto con il senato ma lo svuota di potere reale.

Il senato non è un’assemblea politica decisiva e sotto Traiano meno di 30 senatori sono di antiche famiglie → prevalgono uomini di rango equestre provenienti dall’Italia e dalle province.

Grazie alle campagne militari l’impero raggiunge la massima espansione territoriale:

→ conquista Dacia, Armenia, parte della Mesopotamia, Arabia Petrea

Attua anche un grande sviluppo delle opere pubbliche per rendere efficienti le città:

→ costruisce porti, strade e acquedotti

Plinio il Vecchio è l’uomo che puntella sui problemi della società, rappresenta lo spirito dell’epoca Flavia. È autore di un’opera che vuole catalogare il mondo. Non vuole indagare le cause dei fenomeni ma l’utilità pratica.

Con i Flavi si interrompe temporaneamente il processo di orientalizzazione dei costumi e tornano valori come la semplicità e la parsimonia. Erano in opposizione al lusso della corte Giulio-Claudia; Tacito individua 2 cause per questo:

  1. Nerone con le sue repressioni aveva spaventato la società → violenze e persecuzioni soprattutto contro le grandi famiglie rende sospetto il lusso e l’esibizione delle ricchezze

  2. Arrivano in senato nuovi uomini dalle province → portano una mentalità più semplice e sobria → ellenizzazione dei costumi e abbandono di alcuni eccessi

Domiziano, pur riprendendo un potere assolutistico come Caligola e Nerone, non mette in discussione i valori romano-italici tradizionali e sostiene il ritorno all’ordine morale e alla sobrietà.

Con la dinastia dei Flavi c’è il ritorno ad uno stile più sobrio e più classico. Il modello letterario a cui si rifà la letteratura è Cicerone → è più equilibrato e armonico.

→ ritorno al classicismo.


Quintiliano

Vita e Opere

Marco Fabio Quintiliano nasce in Spagna tra il 35 e il 40 d.C.

In giovane età viene portato a Roma, dove studia presso i migliori maestri.

Quando Vespasiano diventa imperatore viene data a Quintiliano la cattedra di retorica a Roma. La retorica era ai tempi lo studio più alto e importante → ha un’importante influenza a Roma.

Successivamente Domiziano affida a Quintiliano l’educazione di 2 pronipoti.

Pubblica intorno al 90 il “De causis corruptae eloquentiae”, a noi non pervenuto.

In questo libro parla della decadenza dell’arte oratoria e delle cause di questo. Quintiliano teorizza che la causa della decadenza sia lo scarso livello delle scuole, in cui secondo lui si dava troppo spazio ad esercitazioni fittizie senza rapporto con la realtà. In realtà la causa principale era la mancanza di libertà e che → non si era infatti liberi di scrivere poiché si era sotto il controllo imperiale.

Scrive poi negli ultimi anni di vita l’Institutio oratoria.


L’INSTITUTIO ORATORIA

L’Institutio oratoria è una grande opera che si articola in 12 libri e comprende gran parte del lavoro di Quintiliano.

La retorica era il punto più alto degli studi romani → lo studente dopo aver studiato letteratura e grammatica veniva affidato al rhetor con il quale esercitava la pratica oratoria.

Quintiliano era però convinto che un buon oratore vada educato e orientato fin dalla nascita e dalla infanzia → diventa anche un trattato di pedagogia.

2° libro → nel 2° libro si comincia a parlare in modo specifico della scuola di retorica dove si parla delle qualità e dei compiti del precettore, si discute su quando sia opportuno iniziare e sui metodi di insegnamento.

Successivamente viene poi tracciata una piccola storia della retorica, spiegando come essa si divide.

L’oratoria viene poi divisa in 5 parti nel resto dei libri:

  • INVENTIO → libri 4-6 = è una prima stesura di argomenti, di idee

  • DISPOSITIO → libro 7 = organizzazione logica degli argomenti secondo un ordine logico

→ 1) esordio 2) racconto 3) argomentazione 4) conclusione

  • ELOCUTIO → libri 8-9 = scelta delle parole e dello stile → stesura

  • MEMORIA → libro 11 = tecnica di memorizzazione

  • ACTIO → libro 11 = recitazione, gestualità mimica

Nel libro 10 viene invece fatto un excursus sui più adatti scrittori greci e latini idonei a formare il futuro oratore e passargli un giusto insegnamento.

Il libro 12 descrive l’immagine del perfetto oratore → dando a esso competenze e obblighi.


NON SOLO CONTENUTI

Quintiliano, oltre che ai contenuti, è interessato anche al modo in cui la disciplina è insegnata.

Ha infatti interesse per lo sviluppo della personalità e per la psicologia dell’età evolutiva.

→ Secondo lui infatti ogni maestro deve saper valutare l’indole di ogni alunno per poi impostare un apprendimento graduale, partendo dal gioco per stimolare l’intelligenza.

Quintiliano condanna inoltre le punizioni corporali, sostenendo che questo deprima il bambino.

Secondo l’autore l’educazione ha inizio nella famiglia.

Sostiene anche che tutti possano apprendere e migliorare → ottimismo educativo.


TEMI DELL’INSTITUTIO ORATORIA

Una tra le prime questioni affrontate è se sia più utile lo studio privato a casa con un precettore o quello pubblico.

Quintiliano sostiene che la scuola pubblica favorisca le relazioni e crei amicizie lunghe una vita.

Dice inoltre che il confronto con gli altri compagni aiuta l’intelligenza e l’emulazione.

Inoltre, la scuola pubblica aiuta i maestri a dare il meglio di sé → parlare a tante persone è più stimolante che parlare a una sola persona.


Il Maestro

Quintiliano mette al centro della scuola la figura del maestro → deve essere un uomo colto e morale, autorevole e prestigioso, deve avere equilibrio tra l’essere severo e cordiale.

La scuola ideale di Quintiliano mette le persone prima della tecnica → paragona il maestro a un “buon padre” che guida gli allievi.


Visione Ciceroniana

Quintiliano prende da Cicerone una concezione umanistica della retorica → l’oratore deve essere o parlare buono e onesto, non deve solo saper parlare ma deve avere tutte le virtù dell’animo, come Cicerone.

Come in Cicerone, la retorica non può essere disgiunta dagli studi umanistici, comprende infatti:

  • il diritto

  • la storia

  • la filosofia

  • le lettere

→ diventa un’opera pedagogica sulla formazione dell’uomo e del cittadino.

Il modello ciceroniano si scontra però con la nuova realtà sociale del principato.

Quintiliano non pone la decadenza dell’oratoria sul piano politico, il suo oratore ideale continua a scrivere e comportarsi come se ci fosse ancora la Repubblica.

Con Domiziano non c’era però libertà. Quintiliano era poi un funzionario pubblico stipendiato dal principe → Quintiliano viene chiamato ideologo di regime = rende pensiero quello che fa il regime.

Nel suo ultimo libro scrive che l’oratore deve agire per il bene pubblico, adattandosi pure alla menzogna, per non danneggiare lo stato. Lo stato era però all’epoca il principe → bene stato = bene imperatore.

Inoltre, la maggior parte degli oratori contemporanei esaltati nell’Institutio Oratoria erano stati collaboratori del principe.

Quintiliano accusa anche i filosofi di cattivi costumi, che già con i Flavi dovevano essere cacciati da Roma.


Società

Quintiliano aveva accettato il principato come necessità storica → non si poteva tornare indietro alla Res Publica.

Per Quintiliano l’oratore ideale è un uomo che, non potendo più agire politicamente in modo diretto, sceglie di servire la res publica attraverso l’uso responsabile della parola e la formazione morale dei cittadini.

→ l’oratore doveva rendere accettabile il ruolo dell’imperatore al popolo.

Quintiliano accetta il potere imperiale e non riesce quindi a tenere vivo il modello di Cicerone, lo tiene solo sul piano stilistico e moraleformalismo classicistico.

In Quintiliano si rompe l’equilibrio ciceroniano tra ratio e oratio (pensiero e parola) → l’oratoria prevale sulla riflessione filosofica e la retorica diventa la disciplina principale e la filosofia assume un ruolo secondario.

Quintiliano segna il massimo ritorno allo stile classico contro il gusto asiano pieno d’effetti precedenti.


STILE

Lo stile ideale di Quintiliano coincide con quello di Cicerone → non raggiunge però le vette di Cicerone.

→ il periodo di Cicerone aveva equilibrio ed era articolato, quello di Quintiliano era piatto, semplice e regolare, con una costruzione più semplice.

Quintiliano usa uno stile medio e ordinato, evitando gli eccessi, con sobrietà e chiarezza espressiva.

Lo stile di Quintiliano è tuttavia distante da quello di Cicerone:

  • Cicerone = stile complesso, armonioso

  • Quintiliano = stile semplice e regolare


TACITO. VITA E OPERE

Non abbiamo tante informazioni sulla vita di Cornelio Tacito, e sono incerte quelle a noi pervenute. Si considera fosse originario delle Gallie e collochiamo la sua nascita intorno al 55-57.

Tacito seguì il corso di studi necessario alla carriera politica.
La famiglia era agiata e inserita nella vita romana. Dopo il 78 Tacito iniziò il cursus honorum ed entrò nel senato romano.

Tacito viene considerato, insieme a Livio, il massimo storico della letteratura latina.

→ scrive 2 brevi monografie pubblicate nelle opere annalistiche; non ci sono invece arrivate le sue orazioni.


IL DIALOGUS DE ORATORIBUS

Ci sono dubbi nell’attribuire a Tacito il Dialogus de Oratoribus, per diverse ragioni:

• lo stile è diverso → precedentemente Tacito usa uno stile irregolare ed asimmetrico. Nel Dialogus adotta invece uno stile armonico improntato al modello neociceroniano.

→ oggi si attribuisce a Tacito il dialogus → si associa l’uso di uno stile diverso ad argomenti diversi = il trattato retorico aveva un preciso codice espressivo e un modello ciceroniano.


LA TRAMA DELL’OPERA

Tacito racconta una conversazione a cui aveva assistito da molto giovane a casa dell’oratore e poeta Curiazio Materno, durante il regno di Vespasiano.

I protagonisti del dialogo sono i maggiori oratori dell’epoca → Marco Apro, Giulio Secondo e Vipstano Messalla.

Il dialogo si apre con Apro che rimprovera Materno per aver abbandonato la nobile attività dell’eloquenza, da lui elogiata, per dedicarsi alla poesia, costringendosi ad una vita solitaria.

Materno risponde con un elogio alla poesia → sostiene che solo essa favorisca la vera libertà dello spirito e porti ad un’esistenza serena “lontana dalle inquietudini e dagli affanni” che invece l’attività forense (giuridica) comporta.

eloquenza = saper parlare
oratoria = tutte le tecniche che ti fanno parlare bene


In seguito Messalla parla delle cause della decadenza dell’oratoria.

Apro nega che l’eloquenza moderna sia inferiore a quella degli antichi. Messalla invece afferma la superiorità degli oratori del passato → come causa della decadenza dell’oratoria vede l’abbandono dei sistemi educativi di un tempo e l’incompetenza dei maestri → afferma che ormai i giovani si esercitano solo in dibattimenti fittizi all’interno delle scuole di retorica.

In conclusione interviene Curiazio Materno che annuncia le vere cause, secondo lui politiche, e non morali o tecniche, che portano alla scomparsa della grande eloquenza.

→ Curiazio Materno afferma che l’oratoria non può fiorire senza libertà politica = con la libertà politica c’è dialogo e confronto, che può anche portare a disordine e a guerre civili.

Al contrario, in uno stato tranquillo e ordinato, basato sul principato, i cittadini hanno la pace ma l’oratoria va in crisi.

libertà = rispetto, responsabilità della libertà degli altri

Nella figura di Curiazio Materno si riassume la figura ed il pensiero di Tacito. L’autore riconosce il principato come un’inevitabile necessità → dice che bisogna trovare un equilibrio tra gli antichi valori repubblicani e le nuove forme del potere.


LE MONOGRAFIE: AGRICOLA (97)

Racconta la vita e la storia del protagonista Giulio Agricola che diventa governatore di Britannia.

Il racconto parte con una descrizione geografica dell’isola di Britannia, parlando dei suoi abitanti, del clima, ricostruendo la conquista romana delle regioni.

• La parte centrale e più importante dell’opera è dedicata all’attività di Agricola durante i sette anni della sua permanenza in Britannia → Agricola fa diversi provvedimenti amministrativi e civili e operazioni militari con la conquista di nuovi territori → viene sottolineato lo scontro con i Caledoni.

Calgaco, capo dei Caledoni, annuncia le ragioni di resistenza al dominio di Roma.

Allo stesso tempo Agricola attraverso un discorso sprona i militari alla lotta.

→ la battaglia si conclude con vittoria romana.

Agricola viene però richiamato da Domiziano, invidioso dei successi.

Tornato a Roma Agricola si ritira a vita privata e rinuncia al proconsolato d’Asia.

Muore prematuramente → l’autore lascia emergere sospetti che sia stato Domiziano a ucciderlo per gelosia.

L’Agricola esalta le virtù esemplari del protagonista.


QUAL È IL GENERE LETTERARIO DELL’AGRICOLA?

Vengono attribuiti diversi generi letterari all’Agricola → alcuni lo considerano una

• biografia encomiastica (celebrativa)
• laudatio funebris (lodi dopo la morte)
• un libello politico (critica a Domiziano)
• una monografia storica

Molti dell’orazione funebre sono presenti nell’esordio e nella parte conclusiva dell’opera.

→ l’epilogo è una commemorazione del defunto con toni commossi.

Ci sono anche tratti biografici → racconta il luogo di nascita, le origini familiari, l’aspetto e tutta la vita del protagonista.

La laudatio funebris di Agricola assume un carattere pubblico ed esemplare.

→ Agricola è un uomo che operando nel regno di Domiziano viene ricordato per aver mantenuto intatta la virtù.

Tacito riflette sul presente di Roma attraverso una biografia fin dal proemio → inizia con la denuncia dei crimini di Domiziano per poi elogiare Nerva e Traiano.

Elementi tipici del genere storiografico sono:

• il proemio in cui c’è una descrizione geografica e culturale sui Britanni
• la descrizione della battaglia tra i Caledoni di Calgaco e i Romani
• i discorsi opposti di Calgaco e di Agricola

L’opera intreccia quindi generi letterari diversi → commemorativa, biografica, storica, critica.

C’è una riflessione sulla Roma contemporanea e sul suo destino.

L’unità è data dallo sguardo appassionato dell’autore e dal suo pensiero politico.

Attraverso l’elogio di Agricola non si elogia solo la persona ma si propone un modello di Romano → Agricola riesce a trovare il modo per esprimere come si possa essere romani e servire lo stato nonostante il tiranno = serve lo stato, non il tiranno.

Critica chi usa certe forme di protesta come il suicidio.

Emerge un recupero dei valori tradizionali romani → il fine più alto è il servizio allo stato a prescindere di chi sia capo dello stato → l’imperatore è transitorio, lo stato no.

L’elogio di Agricola è anche l’elogio dell’equilibrio, virtù fondamentale nel sistema etico.

→ sotto tirannia deve esserci equilibrio tra chi fa servilismo e chi si oppone.


LE MONOGRAFIE: LA GERMANIA

La Germania è una breve monografia di argomento geo-etnografico sulla Germania.

Perché sulla Germania?

La Germania era rimasta un territorio misterioso e pericoloso per i Romani per secoli.

I Romani iniziano a scontrarsi coi Germani nel II secolo a.C. ma non riescono.


L’OPERA

Il testo è diviso in 2 parti:

• nella prima parte c’è una descrizione geografica ed uno studio sociologico ed etnografico delle tribù germaniche (origini e aspetto)

• nella seconda parte Tacito vuole vedere le analogie e le differenze tra le singole popolazioni germaniche → spiega quali sono le istituzioni e i riti dei singoli popoli

L’autore passa in rassegna una settantina di popoli.

Quando Roma tentò di stabilire il proprio dominio nei territori germanici a Teutoburgo le legioni romane furono sterminate dai Germani → da quel momento Roma si concentrò sulla difesa dei confini.

I Romani sapevano bene che i Germani erano un pericolo.

Tacito descrive i Germani come un popolo:

• vigoroso
• fieri
• moralmente integri
• uomini forti e intrepidi che disdegnano il lusso e vivono sobriamente senza temere il pericolo.

Anche le donne germaniche sono coraggiose, spronano gli uomini al sacrificio e restano fedeli al marito.

Tacito fa una critica al popolo romano sottintesa → i Germani sono moralmente integri, i Romani corrotti.

I Germani amano la libertà, i Romani hanno rinunciato alla loro dignità civile e politica → per questo i Germani sono una minaccia per l’impero.

Tacito paragona i Germani ai Romani delle origini.

Tacito dice che i Germani sono difficili da sottomettere a causa del loro amore per la libertà.

→ dice che la virtù di un popolo è inseparabile dalla libertà.

→ è una critica implicita all’impero e alla perdita di libertà.

Tacito mette a confronto anche i funerali, che a Roma erano esibizione di potere mentre in Germania erano semplici e sobri.

Tacito sottolinea anche i difetti dei Germani: dice che sono pigri, ubriaconi e crudeli.

Dice che quando non sono in guerra cacciano o si dedicano all’ozio.

Afferma che la cura della casa è lasciata alle donne, agli anziani e ai membri più deboli della famiglia.

→ per salvarsi dai Germani si poteva contare solo sulle loro debolezze e sui loro vizi e il fatto che le popolazioni germaniche stiano divise e combattono tra loro.


LE HISTORIAE; GLI ANNALES

Inizialmente Tacito voleva raccontare in modo storiografico gli eventi del principato di Domiziano e quelli di Nerva e Traiano.

→ Nelle Historiae si concentra invece sul passato dall’età Flavia alla guerra civile dopo la morte di Nerone → dalla morte di Nerone al 96.

Conclude verso metà le Historiae ma anche negli Annales si concentra sul passato ricostruendo dalla fine di Augusto a Nerone → la fine degli Annales si ricongiunge con l’inizio delle Historiae.

Tacito non scrisse mai di un’epoca felice, si rende conto che la libertà assicurata da Traiano era falsa.

Tacito sceglie di parlare indirettamente del presente attraverso il passato, indagando le radici del principato e denunciandone le conseguenze attuali.

Gli Annales sono più cupi delle Historiae → pessimismo tacitiano.

Sia le Historiae che gli Annales sono incompleti.

Si crede che le Historiae fossero composte da 14 libri, gli Annales da 16.

Altri dividono in 12 nelle Historiae e 18 negli Annales con una divisione in esadi (6 libri).

Scrive le Historiae tra il 100 e il 110 e a partire dal 111 gli Annales.

Le Historiae si aprono con un ampio proemio in cui spiega le ragioni dell’opera e illustra la situazione di Roma.

Il racconto ha inizio con il breve regno di Galba dopo la morte di Nerone.

Galba viene poi assassinato e al suo posto viene eletto Otone.

Intanto le legioni in Germania proclamano imperatore Vitellio → fino al 3 libro tratta la lotta tra Otone e Vitellio e poi tra Vitellio e Vespasiano.

4 libro → saccheggio di Roma.

5 libro → assedio di Tito a Gerusalemme, fa un racconto del popolo ebraico (Giudea) e sulle sue origini e storia. Si sposta poi in Germania dove ci sono in corso le operazioni contro i ribelli.


ANNALES

Gli Annales iniziano con un riepilogo della storia di Roma dalle origini fino alla caduta della Repubblica e l’ascesa di Augusto.

1-6 → nei primi 6 libri domina la figura di Tiberio, il primo vero tiranno.

Inizialmente Tacito gli oppone la figura di Germanico nelle operazioni militari.

Sullo sfondo c’è la sottomissione dei senatori all’imperatore e l’indifferenza politica della plebe.

Racconta poi il principato di Claudio, raffigurato come un debole, succube delle mogli.

Agrippina lo avvelena e mette come successore Nerone.

Dal libro 8 la parte conclusiva è dedicata a Nerone.

Viene descritto negativamente come egocentrico, insensibile ai valori etici, macchiato di enormi delitti.

Parla anche dell’incendio di Roma, la morte di Seneca, Petronio.

Tacito distingue 2 periodi del principato di Nerone:

nel primo l’indole malvagia sembra tenuta a freno, il secondo è il periodo più triste → con la congiura pisoniana elimina numerosi senatori e intellettuali.


FONTI E TEMI

Le fonti di Tacito sono varie, comprendono la letteratura storica precedente, i documenti ufficiali, le cronache, le lettere imperiali e i libri scritti dai senatori.

Tacito è uno storico scrupoloso, propone infatti più versioni senza prendere posizione in caso di incertezza.

Da scarso valore ai rumores (pettegolezzi).

Tacito segue intenti estetici e letterari, omettendo fatti che avrebbero rovinato il racconto.

È centrale il tema del rapporto tra nobilitas e il principato.

La nobilitas viene umiliata, il principato mette fine alle guerre civili ma toglie libertà al popolo.


I PERSONAGGI

Vengono messi in evidenza i vizi e le virtù dei protagonisti.

Tacito fa una profonda descrizione psicologica dei personaggi integrando pensieri stessi.

→ non c’è mai un personaggio unilaterale ma una figura complessa con buone qualità e vizi.

Tacito esprime il suo pessimismo insistendo sugli aspetti negativi e descrivendoli in momenti negativi.

Descrive i personaggi positivi in momenti negativi, sminuendoli in modo sottile.

Al contrario rende migliori personaggi viziosi → racconta Seneca come un filosofo nonostante le infamie con Nerone.

Tacito è affascinato dall’ambiguità dell’animo umano.

Descrive come disastrose le masse e il senato dominato dal servilismo.

Sallustio è il modello di Tacito per l’approfondimento psicologico dei personaggi, il dinamismo tragico, nell’asimmetria e irregolarità dello stile.

Tacito vuole coinvolgere il lettore → vuole provocare il brivido per il disastro imminente e sconvolgimento per la rovina delle istituzioni → ha potenza narrativa.

C’è una descrizione folgorante dei personaggi che li rende memorabili.


LINGUA E STILE

Tacito ha uno stile in continuo assestamento, specchio delle inquietudini.

Oltre a Sallustio ha influenza anche Cicerone e Seneca.

Ha uno stile vario: già nelle monografie si vede.

Lo stile dell’Agricola è misto: i discorsi e il finale si ispirano a Cicerone con uno stile più ampio e simmetrico.

Nelle parti narrative si ispira a Sallustio con uno stile mosso e incalzante.

Lo stile della Germania è più artificioso e costruttivo ma anche più uniforme, con un’alternanza di strutture simmetriche.

Nelle opere annalistiche c’è uno stile ricco di inconcinnitas (frasi asimmetriche, spezzate) e gravitas (maestosità dello stile), con una sintassi breve, frasi irregolari e corte.

Tacito dà la sensazione di vagare smarriti dentro una storia che sembra non avere senso.

→ la struttura trasmette incertezza.