Modelli di produzione: labour-intensive vs capital-intensive
1. Lo sviluppo produttivo ad alta intensità di capitale
I fondamentali per la produzione sono tre: terra, lavoro e capitale. Considerando la storia da una prospettiva eurocentrica, l’industrializzazione ha originariamente avuto come settore trainante il tessile: l’Inghilterra importava materie prime dalle colonie, le trasformava nelle proprie fabbriche e rivendeva i prodotti in mercati di sbocco, sia nelle colonie sia nel resto d’Europa. L’apporto delle materie prime indiane e i rapporti commerciali con ex colonie del Sud degli Stati Uniti, dove la manodopera era legata al sistema schiavistico, alimentarono la crescita produttiva e commerciale inglese. I capitali iniziali durante la prima rivoluzione industriale non richiedevano investimenti fisso insormontabili; il settore trainante non esigeva grandi capitali fissi per la produzione. Secondo la storiografia recente, la prima rivoluzione fu meno “rivoluzionaria” e più lenta e graduale rispetto alla seconda: ciò giustifica un riutilizzo di vecchi edifici rurali, come cottages, riconvertiti a luoghi di produzione, limitando la necessità di nuovi capitali per grandi complessi industriali. Di conseguenza, i capitali iniziali richiesti furono relativamente scarsi, come osservato da Fornasari: i settori portanti dell’industrializzazione (tessile, minerario, siderurgico) inizialmente richiedevano meno capitali fissi. Soltanto quando la rivoluzione industriale entrò nella sua fase avanzata, ovvero negli anni Trenta del XIX secolo, il capitale fisso investito per le attrezzature risultava relativamente basso. Questa limitata richiesta di investimento di partenza portò al ricorso a risorse familiari, prestiti tra reti di parenti e amici, o al reinvestimento dei profitti iniziali. Così, l’imprenditore poteva avviare l’attività con capitali modesti, espandere la produzione, ricavare profitti cospicui e attirare nuovi investitori. Nell’avvio dell’industrializzazione, la tipologia d’impresa più diffusa era quella familiare, meno interessata alle fluttuazioni del mercato borsistico dominato dai titoli di debito pubblico. Il mercato dei capitali iniziò a espandersi durante le guerre napoleoniche per esigenze belliche. Le banche, come la borsa, fornivano un apporto limitato all’industrializzazione nel suo insieme; a livello locale, le country banks rivestivano un ruolo chiave: fondate da piccoli imprenditori di campagna, sarti o artigiani, concedevano credito alle imprese del territorio tra Settecento e Ottocento. La legislazione del 1708 impose alle country banks di costituirsi come società di massimo sei persone, con responsabilità illimitata e personale. Le dimensioni operative si allargarono con la raccolta del risparmio locale, finalizzato a prestiti a breve termine, allo sconto di cambiali e ad anticipi. Esse funsero da cerniera tra il centro finanziario londinese e la periferia, facilitando le transazioni monetarie. Il passaggio a un sistema capital-intensive avvenne nel XIX secolo, quando i nuovi cicli produttivi richiesero capitali e finanziare la crescita industriale. Il ruolo del mercato borsistico divenne centrale: la finanza sostenne innovazioni tecnologiche nell’elettrico, nel ferroviario, nel siderurgico e nel chimico, settori che richiedevano grandi capitali e una maggiore specializzazione della manodopera. Parallelamente, la spesa in capitale variabile crebbe in funzione dell’espansione occupazionale. In sintesi, la transizione dalla prima alla seconda rivoluzione industriale tracciò una traiettoria dove un sistema inizialmente basato su risorse domestiche e lavoro assorbito portò, nel tempo, a un sistema ad alta intensità di capitale, integrando le imprese nel mercato finanziario internazionale e accompagnando la terza rivoluzione industriale, che introdusse nuove tecnologie informatiche e meccaniche complesse.
Questo contesto ha mostrato che il modello capital-intensive si è sviluppato grazie a una concomitanza di: disponibilità istituzionale (leggi sul ruolo delle società per azioni), innovazioni finanziarie, crescita di mercati di capitale e accesso a capitali esterni, soprattutto per settori trainanti che richiedevano notevoli investimenti in macchinari e infrastrutture. L’insieme ha permesso non solo di espandere la capacità produttiva, ma anche di aumentare gli investimenti in capitale variabile e in forza lavoro specializzata. In questo senso, l’industrializzazione ha comportato una interconnessione tra progresso tecnologico, sviluppo delle istituzioni finanziarie e crescita della domanda di beni capitali e di beni di consumo prodotti su larga scala.
2. Il modello labour-intensive
La prospettiva eurocentrica ha generato una visione storiografica che ha privilegiato l’Inghilterra come modello di riferimento, ma Sugihara e Austin hanno evidenziato che l’industrializzazione globale mostra molto spesso percorsi caratterizzati dall’abbondante uso del lavoro e dal miglioramento della qualità del lavoro (risorse umane) come fattori chiave di sviluppo, non solo dall’investimento in capitale. Il termine “ad alta intensità di lavoro” descrive un modello in cui il lavoro è la fonte primaria di vantaggio competitivo su scala mondiale, spesso con una preferenza per massimizzare il rapporto tra input di lavoro e input di fattori di copertura. Formalmente, si può considerare un equilibrio orientato al L rispetto a K: Questo schema è tipico di regioni dove la governance locale, la struttura delle imprese e le risorse disponibili favoriscono l’impiego intensivo di manodopera, anche a fronte di carenze di capitale. Il modello labour-intensive è spesso legato a contesti in cui l’impresa base è di piccole dimensioni, guidata dall’imprenditore familiare che stabilisce i ritmi produttivi e sopperisce alla scarsità di capitale con la forza di lavoro. L’esempio di San Leucio nel nostro materiale illustra un caso in cui la politica pubblica ha influenzato la tenuta del modello labour-intensive, favorendo aziende di piccole dimensioni che valorizzavano tradizioni di lavoro senza esporre a grandi investimenti in nuove tecnologie. In zone caratterizzate da abbondante manodopera e minore capitale, si è verificata una combinazione di vecchia capacità produttiva contadina e mercati in espansione, permettendo una crescita sostenuta senza una centralizzazione in grandi complessi industriali. Il modello labour-intensive non implica necessariamente una transizione immediata verso la grande industria; può costituire una via di sviluppo alternativa, coesistente o anche precedente a una modernizzazione basata su capitale elevato. Il lavoro può essere la vera leva per la crescita economica e demografica, con una maggiore stabilizzazione delle famiglie contadine e una correlata riduzione degli spostamenti migratori stagionali; tuttavia richiede una gestione capace di integrare la piccola produzione familiare con le dinamiche di mercato. La letteratura recente ha messo in discussione l’idea che la crescita economica debba necessariamente passare per la valorizzazione del capitale e che mercati di capitale e terra siano sempre partire impossessarsi del vantaggio competitivo. Nel quadro della proto-industrializzazione europea nel Nord e Ovest, il lavoro ha avuto un ruolo di primo piano nel sostenere la crescita, accompagnato da innovazioni di processo e da una diversificazione delle attività manifatturiere tradizionali.
3. Il modello labour-intensive e il caso dell’Alsazia
La tesi dominante nella storiografia occidentale ha spesso privilegiato l’idea di una rivoluzione industriale guidata dall’innovazione tecnologica e dal capitale, ma uno sguardo comparato evidenzia vie alternative di crescita: nel caso dell’Alsazia si distinguono due zone, Nord e Sud, che hanno seguito percorsi differenti ma coesistenti. Il Nord presenta piccole manifatture labour-intensive che, nel tempo, non scompaiono; si integrano con la grande industria circostante, sostenendo una rete di produzione capillare. Il Sud, al contrario, è caratterizzato da impianti industriali di grande dimensione alimentati a vapore, trainati dall’aumento del mercato dei capitali e dall’industrializzazione su larga scala. Le condizioni iniziali della Alsazia includevano scarse risorse del sottosuolo nel Nord e abbondante manodopera, insieme a un mercato locale significativo per i prodotti alimentari. L’agricoltura locale produceva canapa, tabacco e viticoltura, con la possibilità di trasformare i prodotti e vendere sul mercato locale, mantenendo una quota di reddito inferiore alla media nazionale nel 1852 (circa 63 franchi in meno all’anno). Col tempo, la regione vide una “piccola rivoluzione industriosa” per contrastare la povertà: molte famiglie alsaziane si dedicarono alla costituzione di piccole industrie legate alla trasformazione dei loro prodotti storici (canapa, cotone, legno), con unità di produzione che avrebbero potuto praticare una household economy: bassissima divisione del lavoro e utilizzazione intensiva della forza lavoro familiare. Queste piccole manifatture presentavano modelli di organizzazione simili alla household economy, con una forte dipendenza dalla disponibilità di manodopera e dal lavoro domestico, anziché da grandi investimenti in capitale. Una pubblicazione chiave (Stoskopf) indica che la religione contribuì a una dualità economica: dove la popolazione era cattolica, si privilegiava la piccola azienda manifatturiera, mentre dove era predominante il calvinismo, esisteva una maggiore concentrazione di grandi industrie. Tuttavia, questa coesistenza non generò competizione, ma un aumento dei tassi di occupazione e una riduzione del rischio di povertà, dimostrando che due modelli di sviluppo possono coesistere armoniosamente. In sintesi, l’Alsazia fornisce un esempio emblematico di coesistenza di modelli labour-intensive e capital-intensive: al Nord la tradizione contadina e la piccola industria hanno continuato a convivere con la nascente grande industria; al Sud, la presenza di grandi impianti industriali ha coadiuvato la trasformazione economica regionale. L’analisi di Hau e Stoskopf evidenzia che le condizioni iniziali e le risposte istituzionali hanno modellato percorsi diversi all’interno di una stessa regione, offrendo elementi di riflessione su come le dinamiche di mercato, le strutture sociali e le credenze religiose possano influire su scelte produttive e sui livelli occupazionali. L’Alsazia mostra che lo sviluppo economico non è un fatto lineare guidato esclusivamente dal capitale: la cooperazione tra modelli differenti può rafforzare l’economia e ridurre la povertà, creando una dinamica di sviluppo multi-strato che persiste nel tempo.
4. Riferimenti e collegamenti concettuali
- Connessioni con la storia economica globale: la discussione su labor-intensive vs capital-intensive si inserisce nel dibattito tra la proto-industrializzazione europea e le traiettorie alternative di sviluppo in Asia e in altre regioni. Pomeranz, Sugihara e Wong hanno sottolineato come l’evoluzione economica non sia stata monolitica, evidenziando la complementarità tra crescita del mercato, proto-industrializzazione e commercio agricolo come elementi di base per una diversa forma di industrializzazione rispetto al modello anglosassone. Inoltre, si è evidenziato che la crescita demografica in Europa occidentale durante la seconda parte dell’epoca moderna ha trovato radici nel modello labour-intensive, che ha favorito la stabilizzazione delle famiglie contadine e la coesistenza di piccola industria domestica con l’agricoltura avanzata.
- Contesto istituzionale e finanziario: il passaggio a un sistema capital-intensive è stato accompagnato da una serie di riforme legislative nel Regno Unito (es. Joint Stock Companies Registration, Incorporation and Regulation Act del 1844; Companies Act del 1856), che hanno istituzionalizzato la responsabilità limitata e aperto la strada all’ingrandimento delle imprese e all’accesso a investitori esterni. La banca locale, le country banks, e la transizione dal credito informale a quello organizzato hanno giocato un ruolo cruciale nel collegare il centro finanziario di Londra alle periferie industriali.
- Implicazioni etiche, filosofiche o pratiche: la discussione evidenzia che lo sviluppo economico non è necessariamente legato a una supremazia del capitale o della proprietà privata. Le condizioni territoriali, le risorse disponibili, le reti sociali e persino le credenze religiose possono influire sulle scelte produttive e sulla distribuzione della ricchezza, con conseguenze pratiche sulla crescita economica, l’occupazione e la povertà. La possibile coesistenza di modelli differenti invita a ripensare le politiche industriali, considerando utopie di sviluppo che valorizzino risorse umane, tradizioni locali e reti comunitarie accanto agli investimenti in capitale.
Bibliografia
- Bin Wong R., China Transformed: Historical Change and the Limits of European Experience, Cornell University Press, Ithaca, NY, 1997.
- Fornasari M., La banca, la borsa, lo Stato. Una storia della finanza (secc. XIII-XXI), Giappichelli, Torino, 2019.
- Hau M., Stoskopf N., Labour-intensive Industrialization. The case of Nineteenth-Century Alsace, in Labour-Intensive Industrialization in Global History, a cura di Gareth Austin e Kaoru Sugihara, cit., pp. 263-279.
- Mokir J., Leggere la rivoluzione industriale inglese, Il Mulino, Bologna, 2002.
- Pomeranz K., La grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia mondiale moderna, Il Mulino, Bologna, 2004.
- Sugihara K., Austin G. (a cura di), Labour-Intensive Industrialization in Global History, Routledge, Londra, 2013.