Uno, Nessuno e Centomila - Appunti Dettagliati

Uno, Nessuno e Centomila - Luigi Pirandello

Libro Primo

I. Mia moglie e il mio naso

Vitangelo Moscarda viene messo di fronte a una rivelazione sconcertante da sua moglie: il suo naso pende verso destra. Questo dettaglio apparentemente insignificante innesca una profonda crisi esistenziale nel protagonista, che fino ad allora si considerava una persona senza difetti fisici evidenti.

La moglie continua a elencare altri presunti difetti fisici: sopracciglia ad accento circonflesso \^ \^ , orecchie mal attaccate, un dito mignolo deforme e una gamba leggermente piú arcuata dell'altra. Moscarda, turbato e irritato, si rende conto di non conoscere realmente il suo stesso corpo.

II. E il vostro naso?

Moscarda comincia a ossessionarsi per il suo difetto al naso, chiedendo insistentemente agli altri se lo notano. Un amico reagisce con incredulità e derisione, suggerendo che Moscarda stia sollevando la questione del suo naso per evitare di affrontare un argomento più importante. Moscarda, sentendosi avvilito e vulnerabile, si rende conto che l'immagine che ha di sé non corrisponde a quella che gli altri hanno di lui.

Per vendicarsi, Moscarda rivela un difetto fisico a sua volta all'amico: una fossetta nel mento che lo divide in due parti disuguali. L'amico, inizialmente incredulo, conferma poi l'esistenza del difetto. La scoperta di questo difetto innesca una reazione a catena, con i cittadini di Richieri che iniziano a esaminare attentamente i propri volti alla ricerca di imperfezioni.

III. Bel modo di essere soli

Moscarda avverte un bisogno urgente di solitudine per elaborare la sua crisi esistenziale, ma la presenza costante della moglie lo esaspera. Cerca di trovare sollievo nel suo studio, ma non riesce a sfuggire alla consapevolezza di sé. Riflette sul significato della solitudine, paragonandola alla compagnia dei propri ricordi, che lo distraggono e lo riportano al mondo esterno.

IV. Com’io volevo esser solo

Moscarda desidera una solitudine diversa, una solitudine senza sé stesso, in compagnia di un estraneo che lo ignori completamente. Definisce la solitudine come qualcosa che è sempre 'senza' di sé, possibile solo con un estraneo che ignori totalmente l'individuo, consentendo che la volontà e il sentimento restino sospesi nell'incertezza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sé, estraneo e silenzioso all'individuo.

Il protagonista percepisce un estraneo inseparabile da sé, ovvero l'immagine che gli altri hanno di lui. Si interroga sulla relazione tra le sue idee e il suo aspetto esteriore, rendendosi conto che gli altri percepiscono solo il suo corpo, non i suoi pensieri. Non può vedersi come gli altri lo vedono, e quando si guarda allo specchio, ogni spontaneità scompare.

V. Inseguimento dell’estraneo

Moscarda intraprende una serie di pantomime davanti agli specchi di casa, cercando di sorprendere la naturalezza dei suoi atti e le subitanee alterazioni del suo volto. Si rende conto che le sue espressioni sono finte e che, comunque, non potrebbero essere vere nel momento in cui le vede. L'idea che gli altri vedano in lui qualcuno che non è, lo tormenta.

VI. Finalmente!

Mentre Moscarda desidera ardentemente la solitudine per inseguire l''estraneo' dentro di sé, sua moglie, Dida, è estremamente apprensiva e sempre presente. Finalmente, Dida decide di andare a trovare un'amica malata, Anna Rosa, offrendo a Moscarda l'opportunità di stare solo con sé stesso.

VII. Filo d’aria

Moscarda si prepara meticolosamente per il suo esperimento davanti allo specchio, cercando di raggiungere uno stato di calma interiore assoluta, tentando di vedere l'estraneo senza essere visto.

Dopo un lungo sforzo e tanta preparazione, Moscarda apre gli occhi davanti allo specchio, riconoscendo la sua immagine, descrivendo un viso disgustato. Non riuscendo a sopprimere le proprie emozioni e pensieri, continua nel suo esperimento per cercare di conoscere l’estraneo, l’immagine che tutti vedono, e lui no.

Dopo molteplici tentativi, ha una folgorazione, vedendo separato il proprio spirito dal proprio corpo. Definisce il corpo come "Moscarda", come un cane sperduto senza nome, bisognoso di qualcuno che lo prenda, con capelli rossicci, le sopracciglia ad accento circonfesso, gli occhi verdastri, attoniti e senza sguardo.

Mentre pensa a questo corpo, la sua espressione cambia improvvisamente, e starnutisce. Questo evento banale lo spaventa, rivelando l'indipendenza del suo corpo dalla sua volontà cosciente.

VIII. E dunque?

Moscarda riassume le riflessioni e le conclusioni a cui è giunto dopo l'esperienza dello specchio:

Riflessioni:

  1. Non è per gli altri quel che finora aveva creduto di essere per sé.

  2. Non può vedersi vivere.

  3. Resta estraneo a sé stesso, uno che gli altri possono vedere e conoscere, ciascuno a suo modo.

  4. È impossibile porsi davanti questo estraneo per vederlo e conoscerlo.

  5. Il suo corpo, se lo considera da fuori, è per lui come un’apparizione di sogno.

  6. Come lo prende lui, questo suo corpo, per essere a volta a volta quale si vuole e si sente, cosí se lo può prendere qualunque altro per dargli una realtà a modo suo.

  7. Quel corpo per se stesso è tanto niente e tanto nessuno, che un filo d’aria può farlo starnutire, oggi, e domani portarselo via.

Conclusioni:

  1. Comincia finalmente a capire perché Dida mia moglie lo chiamava Gengè.

  2. Si propone di scoprire chi è lui almeno per quelli che gli stanno piú vicini e di spassarmi a scomporre dispettosamente quell’io che è per loro.

Libro Secondo

I. Ci sono io e ci siete voi

Moscarda considera se gli altri sperimentino la stessa difficoltà a vedersi come sono visti dagli altri. Crede che se gli altri si rendessero conto di questa disconnessione, commetterebbero le stesse "pazzie" che ha commesso lui.

Contesta l'idea che avere la coscienza pulita sia sufficiente, perché la coscienza è definita dall'interazione con gli altri. Si chiede come si possa essere sicuri di non aver agito male se la sicurezza viene da se stessi. Immagina che le coscienze delle altre persone siano teste che gli dicono ciò che vuole sentirsi dire.

II. E allora?

Moscarda afferma che tutto poggia su una presunzione: la convinzione che la realtà, qual è per l'individuo, debba essere e sia ugualmente per tutti gli altri. Descrive poi la vecchia casa di suo padre, che è rimasta senza porta, aperta a chiunque volesse entrarvi, e come, dopo la morte del padre, il vicinato se ne appropriò, sciogliendosi addosso i capelli lustre d’odio e spidocchiandosi。

III. Con permesso

Moscarda esamina come la realtà sia soggettiva e dipenda dalla prospettiva individuale, e non ci sia una singola cosa che tutti possono percepire allo stesso modo.

IV. Scusate ancora

Moscarda continua la sua discussione sulla soggettività della realtà, affermando che nemmeno una conversazione chiara può garantire una comprensione reciproca, perché le parole stesse sono vuote e riempite di significati individuali.

V. Fissazioni

Moscarda insiste sul fatto che la coscienza di una persona non è una base solida per il giudizio, poiché le persone cambiano continuamente e possono agire in modi diversi a seconda delle circostanze. Conclude che le identità e le credenze delle persone sono "fissazioni" temporanee.

VI. Anzi ve lo dico adesso

Moscarda usa la metafora della costruzione di una casa per illustrare come le persone costruiscono le proprie realtà, prendendo elementi dal mondo esterno e trasformandoli secondo i propri bisogni e desideri. L'uomo si costruisce una sedia per sedersi in modo più comodo dopo aver visto un'albero.

VII. Che c’entra la casa?

Moscarda si chiede perché la discussione sulla costruzione di una casa può risultare irrilevante, proprio come i ricordi riaffiorano nella mente e si fa fatica a connettere i pensieri espliciti con ciò che a creato e portato a tali riflessioni.

VIII. Fuori all’aperto

In questo capitolo si ha una descrizione della natura, con verde distese e papaveri rossi. Fa poi notare come la città sia una costruzione artificiale, mentre la campagna permette di percepire la vanità di molti affanni, con languore e malinconia.

IX. Nuvole e vento

Moscarda nota che anche identificando oggetti e fenomeni naturali come "nuvole" e "vento", si perde il senso della loro esistenza pura e non consapevole, poiché l'atto di riconoscere la nuvola è un atto intellettuale distaccato dalla sua mera esistenza. Solo albero e pietra possono essere soli.

X. L’uccellino

Moscarda paragona l'ambizione umana di volare con macchinari complessi alla semplicità del volo di un uccellino, il quale usa facilità lievità e gioia espresse in un trillo. Il volo meccanico è artificioso e conduce alla morte.

XI. Rientrando in città

Moscarda commenta la tristezza degli alberi cittadini, privati del loro naturale ambiente. Osserva che la città è un mondo artificiale di finzione e vanità, e che persino l'uomo si costruisce come una casa.

XII. Quel caro Gengè

Moscarda riflette sul fatto che sua moglie Dida si è costruita una sua versione di lui, "Gengè", che non corrisponde alla sua vera identità. Si rende conto di essere diventato un fantoccio nelle mani di sua moglie, privato della sua individualità.

Libro Terzo

I. Pazzie per Forza

Mancando una propria identità, Moscarda si sente costretto a compiere "pazzie per forza" per distruggere le immagini che gli altri hanno di lui.

II. Scoperte

Moscarda riflette sull'arbitrarietà del suo nome, "Moscarda", e sulla sua estraneità al suo spirito interiore. Si paragona a un Sardo di nome Porcu. Si rende conto che il suo corpo, il suo nome, sono inclusi nel mondo esteriore, e non coincidono con il suo io interiore.

III. Le radici

Mio padre gli appare, in uno sguardo che non gli aveva mai dato. Il protagonista descrive il sorriso benevolo di suo padre e come tale sorriso sveli tradimento e cose terribili.

IV. Il seme

Moscarda vede suo padre per la prima volta come lo vedono gli altri, cioè come un estraneo, capendo lo sgomento che si prova quando il padre non rispetta le aspettative.

V. Traduzione d’un titolo

Il protagonista ricorda i tempi del collegio, quando il suo titolo veniva interpretato con amore dalla sua famiglia. Si chiede come verrebbe tradotto un titolo come “boia”.

VI. Il buon figliuolo feroce

Moscarda chiede a sua moglie se conosca la sua professione, e lei scoppia a ridere, non sapendo che è un usuraio. Questo scatena in lui l’orrore. Ricorda la banca del padre ed i due funzionari e come lui si limiti a porre la firma. Questo non impedisce che degli sventurati bussino alla sua porta per essere raccomandati, mostrando anche dei difetti fisici.

VII. Parentesi necessaria, una per tutti

Moscarda s'interroga sul suo diritto di parlare degli altri, dato che può solo vederli dall'esterno. Afferma che tutti agiscono in base a "fissazioni", costruendo le proprie realtà soggettive. Descrive cos’è l’essere intrappolati nel tempo è nello spazio, e che tutto è già stato scritto.

VIII. Caliamo un poco

Moscarda spiega come la valutazione e l'interpretazione dei fatti sia soggettiva. Descrive nello specifico il suo luogo di nascita (una casa) e come può essere interpretate diversamente dalle persone, con conseguenti diversi modi di vedersela con gli altri. Conclude che non ci si riesce a mettere d'accordo con tutti.

IX. Chiudiamo la parentesi

Moscarda afferma che si sforzerà di dare agli altri quella realtà che si aspettano. Inoltre non li giudicherà, ammettendo che nemmeno lui conosce realmente la sua vera essenza.

X. Due visite

L'arrivo di un nuovo amico rivela a Moscarda la coesistenza di due versioni di sé incompatibili che finiscono per collidere in una sola persona.

Libro Quarto

I. Com’erano per me Marco di Dio e sua moglie Diamante

Moscarda descrive Marco di Dio e sua moglie Diamante, due figure squallide ossessionate dall'idea di diventare milionarie. Ricorda come Marco fu scoperto Mentre cercava di sedurre un fanciullo, e come questo lo portò alla reclusione. Una volta finito il periodo di carcerazione, marco studio metodi per diventare ricco e la moglie lo sostenne.

II. Ma fu totale

Il "gioco" di Moscarda di alterare le sue realtà provoca un cambiamento radicale nel suo essere, portandolo alla "coscienza della pazzia". La sua volontà di agire al di fuori della sua solita immagine scatena un'incoerenza che rischia di distruggere la sua identità.

III. Atto notarile

Moscarda si reca dal notaio Stampa per compiere un atto che sconvolgerà la sua vita. La narrazione si fa surreale, con Moscarda che si interroga sulla percezione che il notaio ha del suo studio e di lui stesso. L'atmosfera dello studio notarile, con le sue carte ingiallite e il silenzio, accentua il senso di estraneità di Moscarda.

IV. La strada maestra

Moscarda riflette sul fatto che, agendo contro la sua immagine pubblica, sta percorrendo la "strada maestra della pazzia". È conscio di essere considerato pazzo dagli altri, ma non si sente più in grado di conformarsi alle loro aspettative.

V. Sopraffazione

Alla banca, Moscarda interviene in una disputa tra Firbo e Turolla, difendendo il debitore in difficoltà. In un impeto di ribellione, rivela il segreto di Firbo, ricevendo come risposta che è pazzo come la moglie di Firbo, esclamando che gli altri sono quelli che vorrebbero sopraffarlo.

VI. Il furto

Moscarda, solo nello stanzino degli archivi, deve rubare le carte per il lascito che farà a Marco Di Dio, cadendo preda delle riflessioni ed esitazioni. Schiaccia poi uno scarafaggio.

VII. Lo scoppio

Moscarda è presente allo sfratto di Marco di Dio, e viene assalito. Un giovane di studio rivela che lascerà la casa in via dei santi e con i mobili. La folla applaude ma Moscarda è turbato. Questo causa lo "scoppio" e ferimento.

Libro Quinto

I. Con la coda fra le gambe

Mia moglie ne approfitta per andarsene. Quantorzo afferma che anche il padre di Moscarda era così (estroso). Con la coda fra le gambe deve capire chi prevarrà tra lui e lo zio nelle decisioni.

II. Il riso di Dida

Le parole di sua moglie scavano a fondo nel suo cuore, risvegliando un forte rancore che prima sembrava sopito sotto strati d’indifferenza. I moti di disprezzo sono inaspriti dalla falsa compassione con cui lo esorta a portare fuori Bibì dicendogli che sa quanto piace a lui prendersene cura.

III. Parlo con Bibí

Moscarda affida i suoi pensieri a Bibì, la cagnolina di sua moglie, mentre è in campagna a sfuggire dalle persone che hanno un’immagine distorta di lui. Spiega al cane come si sente e confida il suo malessere. Dopo un momento di ilarità, la situazione torna a precipitare, e Moscarda la prende a calci scaricando la sua rabbia per la frustrazione del momento. La forte crisi lo porta quasi al suicidio.

IV. La vista degli altri

Mentre accarezza la cagnolina, che ha azzoppato, per farsi perdonare, si chiede come fare per togliersi di dosso gli occhi giudicanti degli altri. Gli altri guardano e danno un'immagine che non è la sua.

V. Il bel giuoco

Moscarda è conscio della strada che sta prendendo, ed esorta gli altri a seguirlo. Spiega come è facile illudersi e fantasticare, poiché non si deve avere paura di guardare ciò che può accadere se, per puro gioco, ci si lasciasse trasportare dalla corrente.

VI. Moltiplicazione e sottrazione

Moscarda rientra in casa e sente Quantorzo e Dida parlare di lui. Si sente solo quando non riesce a scorgere i suoi simili, ed esclude il suo io dal computo totale poiché, si dice, non si sente parte di loro, ma tutt’altro. Quantorzo, a questo punto, si spazientisce e lo rimprovera del suo atteggiamento.

VII. Ma io intanto dicevo tra me:

Mentre si rimproverano a vicenda e iniziano a discutere animatamente, Moscarda osserva la scena con occhio critico e sardonico. L’incontro è un pretesto per dare sfogo a un’ilarità malcelata che sfocia quasi in un atto di accusa.

Libro Sesto

I. A tu per tu

Moscarda si scontra con l’immagine della ex moglie, rea di averlo tradito e lasciato solo. Cerca di ricordare i dettagli della relazione, focaliddandosi sull’umido delle labbra della donna e del nome, che neanche ha mai pronunciato.

II. Nel vuoto

Il protagonista ha avvertito un senso di pienezza emotiva, di completezza morale. Quando la casa è ormai vuota e silente, si sente solo, nell'eternità del silenzio.

III. Seguito a compromettermi

Mio suocero si presenta e si rivela ben diverso da come l’aspetta. La sua strana aria perbene e composta scatenano la sua ilarità a tal punto che, per poco, non si scopre con l’amante. L’estro lo porta a farneticare, a fare affermazioni insensate che, tuttavia, suonano comiche.

IV. Medico? Avvocato? Professore? Deputato?

Il suocero è esterefatto dopo aver appreso che vorrebbe liquidare la banca di famiglia. L'idea di far liquidare la banca manda su tutte le furie il suocero e lo induce a scappare, consapevole di aver fallito nel suo compito di portarlo alla ragione.

V. Io dico, poi, perché?

Mentre è in lite con il suocero, il narratore spiega per quale motivo vorrebbe compiere gli atti in procinto di fare, e di come i più deboli debbano sempre soccombere.

VI. Vincendo il riso

Mentre fantasticava sull’idea d’intraprendere una nuova professione, gli tornò a galla il ricordo di Dida, della sua bellezza, del suo sorriso. La tentazione di tornare com’era prima era forte, ma doveva resistere. In quel momento, dovette far appello a tutte le sue forze per vincere il demone interiore.

Libro Settimo

I. Complicazione

l protagonista accorre alla Badia Grande su invito di Anna Rosa. Ha avuto diversi matrimoni, e questo scatena delle nuove domande.

II. Primo avvertimento

Soor Celestina, una vecchia che vive alla Badia gli ha dato un importante avvertimento, ma non lo dice espressamente.

III. La rivoltella tra i fiori

Il protagonista sale nella cella di Anna Maria, presso la Badia Grande. La tranquillità del posto viene rotta quando scatta la rivoltella dalla borsetta, partendo un colpo.

IV. La spiegazione

Dopo la partenza di Anna Rosa, ripensa alle parole della donna. Lei ha trovato una rivoltella a casa del padre e se l’era sempre portata con sé, dicendo poi a Moscarda cosa avrebbe fatto se gliel’avesse puntata contro. La cosa che non si aspettava affatto era di spararsi ad un piede.

V. Il Dio di dentro e il Dio di fuori

Mentre ha degli incontri con la cagnolina degli altri di cui si deve fare carico, lui si rifugia in Dio. Dio gli dice: “tu non puoi intendere queste cose perché sei per tua fortuna una cagnolina e non un uomo!'.

VI. Un vescovo non comodo

Monsignor partanna cerca di farlo ragionare. L’uomo appare molto calmo, distaccato, ma ciò non toglie che riesca a fornire ottimi consigli all’uomo.

VII. Un colloquio con Monsignore

Un colloquio non semplice. Il Palazzo è molto vecchio, e c’è uno squilibrato che si affaccia da una finestra. Lo invita ad unirsi alla banca dove suo padre era perno.

Libro Ottavo

I. Il giudice vuole il suo tempo

Mentre si reca al tribunale, ripensa a tutto il suo passato, rendendosi conto di essere un uomo perso, senza una meta né uno scopo.

II. La coperta di lana verde

Dopo la violenza, Moscarda è tornato a casa, ricucito alla bell’e meglio. Il giudice gli chiede quale sia stato il motivo dell’insano gesto, e lo invita ad andare in campagna.

III. Remissione

Moscarda decide di donare tutto per far costruire un ospizio. Rimane anche il punto interrogativo dell’amico prete (Canonico Sclepis), se questa sia una scelta altruistica o per altro.

IV. Non conclude

Anna Rosa viene assolta. Lui è ritornato con un camiciotto lungo e largo, si sente più tranquillo e a posto con sè stesso.

  • Vitangelo Moscarda: il protagonista, affronta una crisi esistenziale iniziata dalla critica della moglie riguardo al suo aspetto fisico. Cerca di comprendere la percezione di sé e degli altri.

  • Dida: la moglie di Moscarda. La sua rivelazione riguardo al difetto del naso di Moscarda segna l'inizio della crisi del protagonista. Rappresenta l'immagine che gli altri hanno di lui e influisce sul suo modo di vedere se stesso.

  • Amico di Moscarda: interagisce con Moscarda, mostrando incredulità riguardo alla sua ossessione per il naso e rivelando la superficialità dei giudizi altrui.

  • Anna Rosa: amica di Dida, la sua visita permette finalmente a Moscarda di stare solo e di riflettere sulla sua identità e sulla sua immagine di sé.

  • Cittadini di Richieri: rappresentano la società che, dopo la rivelazione del difetto del naso, inizia a esaminare le proprie imperfezioni, riflettendo sulla natura umana e sull'ossessione per il giudizio degli altri.

  • Vitangelo Moscarda: il protagonista, affronta una crisi esistenziale iniziata dalla critica della moglie riguardo al suo aspetto fisico. Cerca di comprendere la percezione di sé e degli altri.

  • Dida: la moglie di Moscarda. La sua rivelazione riguardo al difetto del naso di Moscarda segna l'inizio della crisi del protagonista. Rappresenta l'immagine che gli altri hanno di lui e influisce sul suo modo di vedere se stesso.

  • Amico di Moscarda: interagisce con Moscarda, mostrando incredulità riguardo alla sua ossessione per il naso e rivelando la superficialità dei giudizi altrui.

  • Anna Rosa: amica di Dida, la sua visita permette finalmente a Moscarda di stare solo e di riflettere sulla sua identità e sulla sua immagine di sé.

  • Cittadini di Richieri: rappresentano la società che, dopo la rivelazione del difetto del naso, inizia a esaminare le proprie imperfezioni, riflettendo sulla natura umana e sull'ossessione per il giudizio degli altri.

  • Vitangelo Moscarda: il protagonista, affronta una crisi esistenziale iniziata dalla critica della moglie riguardo al suo aspetto fisico. Cerca di comprendere la percezione di sé e degli altri.

  • Dida: la moglie di Moscarda. La sua rivelazione riguardo al difetto del naso di Moscarda segna l'inizio della crisi del protagonista. Rappresenta l'immagine che gli altri hanno di lui e influisce sul suo modo di vedere se stesso.

  • Amico di Moscarda: interagisce con Moscarda, mostrando incredulità riguardo alla sua ossessione per il naso e rivelando la superficialità dei giudizi altrui.

  • Anna Rosa: amica di Dida, la sua visita permette finalmente a Moscarda di stare solo e di riflettere sulla sua identità e sulla sua immagine di sé.

  • Cittadini di Richieri: rappresentano la società che, dopo la rivelazione del difetto del naso, inizia a esaminare le proprie imperfezioni, riflettendo sulla natura umana e sull'ossessione per il giudizio degli altri.