La dimensione spazio-temporale della Globalizzazione
1. Dall’analisi del Sistema-mondo alla Global History
L’analisi della dimensione spazio-temporale è fondamentale per comprendere i processi alla base della globalizzazione, ma pone al contempo una serie di problemi che occorre affrontare. La prospettiva secondo la quale la globalizzazione segna l’inizio di una nuova epoca ha il limite di farci pensare il passato come qualcosa di diverso dal nostro presente, producendo una sorta di contrapposizione fra epoche diverse. Questo approccio può essere frutto di una semplificazione e rischia di limitare la compressione di un processo complesso come quello rappresentato dalla globalizzazione. Se, invece, pensiamo la globalizzazione come il frutto di una convergenza di processi di lunga durata – ciò che uno storico economico come Fernand Braudel ha definito longue durée – ci troviamo di fronte a una questione di grande rilevanza storica. La domanda che ci poniamo in questa occasione è, quindi, quella relativa alla “novità” e la “discontinuità” della globalizzazione. Essa è il frutto di un processo del tutto nuovo oppure è un fenomeno già analizzato in passato attraverso concetti e parole diverse? Per comprendere il concetto di globalizzazione occorre un approccio multidisciplinare che vada dalla storia delle idee fino a quella della scienza. Secondo Ulrich Beck la sociologia dalle sue origini, da Weber in poi, ha avuto la tendenza ad analizzare dei sistemi chiusi come ad esempio gli Stati-nazione riservando un ruolo più marginale ai fattori che mettono in relazione sistemi diversi, ovvero quella che il sociologo tedesco ha definito la “teoria container”. La globalizzazione ci costringe ad ampliare le prospettive d’analisi. Diversi approcci storici possono essere utili per approfondire lo studio della globalizzazione e dei suoi processi, come ad esempio la storia dell’economia globale, nata in Germania a fine secolo al seguito della riflessione sulle conseguenze delle colonizzazioni e l’imperialismo ottocentesco, e la storia delle migrazioni, anch’essa nata a fine Ottocento che si avvale dell’apporto della statistica e della geografia. La storia delle relazioni internazionali, analizzando il sistema costituito dai rapporti fra Stati, è anch’essa molto utile come punto di partenza per comprendere la globalizzazione e privilegia la storia militare e la storia della diplomazia. La storia del colonialismo e dell’imperialismo sono al centro dei Post-colonial studies e hanno un approccio interdisciplinare caratterizzando da una radicale critica all’eurocentrismo e che nasce su impulso molto di storici indiani. La World History, invece, nasce negli anni Novanta del XX secolo come conseguenza delle prime riflessioni in chiave storica della globalizzazione e rappresenta un primo passo verso un’unica teoria “globale” per comprendere le trasformazioni che si erano innescate proprio in quella fase. La World History ci caratterizza per un approccio critico alla letteratura che mette al centro la centralità e quindi l’“ascesa” del mondo occidentale e che preferisce analizzare i contatti e gli scambi e l’interazione fra civiltà diverse. Il modello teoretico dell’analisi del sistema-mondo, elaborato da Immanuel Wallerstein, descrive la dinamica dell’espansione epocale dell’economia-mondo capitalista e si basa sulla dialettica fra il centro egemonico del sistema – che cambia nel corso della storia - e le semi-periferie e le periferie. Una impalcatura teorica che corre il rischio di sfociare nel determinismo ma che spiega le transizioni da una vecchia egemonia a una nuova.
2. La metafora della rete come prospettiva d’analisi
Il concetto di rete è uno strumento fondamentale per descrivere la dimensione spazio-temporale della globalizzazione e si caratterizza per fornire gli strumenti per comprendere le interazioni fra individui, gruppi e sistemi. Attraverso lo studio dell’economia il commercio fra Stati ci appare come una rete complessa di relazioni, lo studio stesso dell’economia non può prescindere dall’analisi degli scambi – di merci e servizi – e quindi delle reti. Non a caso negli anni Novanta John W. Burton parlò di “modello della tele del ragno” per rappresentare la dinamica delle relazioni internazionali composto da relazioni sempre più intese e connesse, che aumentano progressivamente nel corso del tempo la loro complessità. Questa prospettiva, però, descrivendo le relazioni fra stati come una rete finisce per ignorare le differenze e le gerarchizzazioni interne alla struttura economica e sociali che è alla base del sistema delle relazioni internazionali. Le reti generalmente non eliminano le differenze fra soggetti istituzionali diversi. Ad ogni modo, la storia della globalizzazione coincide – ed è questa una prospettiva caratterizzante degli studi economici – con il nascere delle reti di scambio economico e con la loro crescente interconnessione e interdipendenza. La metafora della rete non deve farci pensare che tutte le parti del sistema siano determinate esclusivamente dalla loro interrelazione e che quindi “tutto dipenda da tutto”. Non bisogna, quindi, dare la reciprocità come scontata. Il “Commercio triangolare”, ad esempio, che era di fatto un sistema di relazioni complesso descrive un caso in cui al suo interno la tratta degli schiavi avveniva in un’unica direzione, in un unico flusso. Per comprendere la rete dobbiamo usare criteri d’analisi che sappiano descrivere l’estensione, l’intensità e la velocità dei contatti e quindi loro durata e la frequenza degli scambi. Assumendo che la globalizzazione è il frutto di una costruzione dinamica, di un processo diacronico che si caratterizza per la crescente importanza e intensificazione delle frequenze degli scambi, essa non ci appare come una prospettiva schiacciata sul presente e quindi come qualcosa di statico descrivibile attraverso modelli astratti. La globalizzazione è quindi una prospettiva non solo utile per capire il presente ma per analizzare la dinamica dei rapporti e gli scambi mondiali.
3. La dinamica storica e le sue fasi temporali
Bisogna comprendere la globalizzazione attraverso la sua dinamica storica che non procede in base a una logica lineare e meccanica. Può essere utile servirsi di periodizzazioni per spiegare i processi storici che hanno attraversato la globalizzazione e quindi fare emergere le sue continuità e discontinuità. Poiché la globalizzazione riguarda ambiti diversi come quello politico, culturale, sociale, tecnologico ed economico è difficile individuare delle periodizzazioni che accomunino tutte queste prospettive d’analisi. Ad ogni modo, è possibile dividere la globalizzazione in quattro fasi: , con la nascita della globalizzazione come conseguenza delle grandi scoperte geografiche e l’affermazione dell’Impero spagnolo; , che corrispondere al sorgere dell’economia globale; , la politicizzazione della globalizzazione. La fase della competizione fra nazioni; , il confronto fra USA e URSS e quindi la globalizzazione dimezzata che finisce nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino. Dopo la caduta del Muro di Berlino si avvia il processo che porta alla globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta almeno fino alla crisi del . Poiché la globalizzazione riguarda ambiti diversi è difficile individuare delle periodizzazioni che accomunino tutte queste prospettive d’analisi. È necessario riconoscere che la globalizzazione non procede come una linea retta e meccanica, ma è un fenomeno complesso che si sviluppa attraverso contatti, scambi e interazioni tra culture e sistemi mercantili, tecnologici e politici.
Bibliografia
- Ulrich Beck, Che cos'è la globalizzazione: Rischi e prospettive della società planetaria, Carocci, Roma, 1999
- Danilo Zolo, Globalizzazione. Una mappa dei problemi, Laterza, Roma-Bari, 2004
- Laura Di Fiore, Marco Meriggio, World history. Le nuove rotte della storia. Laterza, Roma-Bari, 2011
- Guido Formigoni, Storia della politica internazionale nell’età contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2018