storia
Storia
La guerra delle due rose
Dopo la Guerra dei Cent'anni, l'Inghilterra affrontò la Guerra delle Due Rose dal 1455 al 1485. La causa scatenante fu la deposizione di Enrico VI Lancaster, instabile mentalmente, da parte degli York, un ramo cadetto della dinastia regnante. Il conflitto prese il nome dagli stemmi dei contendenti: la rosa rossa dei Lancaster e la rosa bianca degli York. Prevalse Enrico VII Tudor, figlio di una Lancaster, che sposò una York, Elisabetta. I Tudor regnarono fino al 1603. Enrico VII mandò a morte i nobili ribelli e confiscò i loro beni. Scelse i propri ministri e funzionari dalla piccola nobiltà (gentry) o dalla borghesia, ottenendo il favore dei ceti emergenti nella Camera dei Comuni. Nella Camera dei Lord molti membri erano usciti di scena. Il Parlamento, consultato per approvare le tasse, fu convocato raramente poiché le confische avevano arricchito le finanze dello Stato. Per rafforzare il potere regio, Enrico VII creò la Camera stellata (tribunale regio) e il Consiglio della Corona. Impose, inoltre, un rigido controllo su nomine episcopali e assegnazione dei benefici ecclesiastici. I Tudor perseguirono una politica di disimpegno verso le vicende europee. Per allargare l'area d'influenza, l'Inghilterra si lanciò alla conquista dell'Irlanda. Sotto i Tudor si delineò un processo di trasformazione delle campagne, con la conversione dei possessi comunali e delle piccole proprietà in pascoli separati da enclosures, attuate dai grandi proprietari terrieri per aumentare la produzione e l'esportazione di lana. Nel XV secolo in Inghilterra si sviluppò l'attività manifatturiera e aumentarono le esportazioni di tessuti. Fu avviata l'attività della cantieristica navale con conseguente potenziamento della flotta militare e commerciale. In pochi decenni un paese prevalentemente agricolo si trasformò in una grande potenza navale.
Le esplorazioni geografiche
La scoperta di nuovi mondi fu resa possibile grazie ai progressi tecnologici e alle esplorazioni marittime. I portoghesi svilupparono la caravella, una nave agile e veloce, dotata di velatura quadra e latina, capace di navigare controvento. La cartografia migliorò grazie agli scritti del greco Claudio Tolomeo, che introdusse i concetti di longitudine e latitudine, e alle mappe dei navigatori. Tuttavia, il costo delle spedizioni era accessibile solo alle grandi potenze.
Le prime esplorazioni atlantiche risalgono al 1291 con il tentativo dei fratelli Vivaldi, che scomparvero senza lasciare traccia. Nel XV secolo, i portoghesi ripresero l’iniziativa, spinti dalla necessità di nuove risorse economiche. Dopo aver raggiunto le Canarie nel 1402, Madeira nel 1419 e le Azzorre nel 1427, tentarono di spingersi a sud, ma le coste africane si rivelarono insidiose a causa dei bassi fondali rocciosi. Inoltre, gli alisei, venti che soffiano da nord-est a sud-ovest, rendevano difficile il ritorno. Per superare questo ostacolo, i navigatori portoghesi adottarono la "volta do mar", una strategia che prevedeva di allontanarsi dalla costa per sfruttare venti più favorevoli. Nel 1455 raggiunsero le isole di Capo Verde e, nel 1487, Bartolomeo Diaz doppiò il Capo di Buona Speranza, aprendo la via all’Oceano Indiano.
Questa scoperta compromise i piani di Cristoforo Colombo, che cercò sostegno dai sovrani di Spagna. Il suo primo viaggio iniziò il 3 agosto 1492 e il 12 ottobre raggiunse San Salvador, nell’attuale Bahamas. Seguirono altre tre spedizioni tra il 1493 e il 1502. Nel frattempo, per evitare conflitti, Spagna e Portogallo firmarono il Trattato di Tordesillas (1494), stabilendo una linea di demarcazione per le rispettive sfere d’influenza. Vasco da Gama, nel 1497, riuscì a raggiungere l’India doppiando il Capo di Buona Speranza, mentre nel 1500 Cabral, deviando dalla rotta, sbarcò accidentalmente in Brasile. Nel 1502, Amerigo Vespucci, al servizio del Portogallo, intuì che le nuove terre scoperte non erano parte dell’Asia, ma un continente a sé stante.
I portoghesi stabilirono basi commerciali strategiche lungo le coste, come Goa in India, lo Stretto di Malacca e Hormuz, mentre francesi e inglesi esplorarono nuove rotte a nord. L’inglese Giovanni Caboto aprì le vie verso il Canada, mentre il toscano Giovanni da Verrazzano esplorò la costa atlantica dell’America settentrionale fino al fiume Hudson per conto della Francia. La prima circumnavigazione del globo fu compiuta da Ferdinando Magellano, che partì nel 1519 per la Spagna. Magellano morì durante il viaggio, ma una delle sue navi riuscì a tornare in patria nel 1522, completando l’impresa.
L’impero coloniale spagnolo si differenziò da quello portoghese per la sua struttura. Pur interessati alle spezie e ai metalli preziosi, gli spagnoli sfruttarono le terre conquistate e la manodopera indigena. I conquistadores, attratti dalle leggende sull’Eldorado, si trovarono di fronte a civiltà ben organizzate come gli Aztechi, i Maya e gli Inca. Nel Nord America, invece, vivevano popolazioni nomadi di cacciatori, i pellerossa. Nel 1518, Hernán Cortés avviò la conquista del Messico, trasformandolo nella Nuova Spagna, mentre Francisco Pizarro sottomise l’impero Inca, dando vita alla Nuova Castiglia.
La colonizzazione spagnola fu accompagnata dall’evangelizzazione forzata. Con l’encomienda, la Corona affidò ai coloni vasti latifondi e il controllo sugli indigeni, costretti al lavoro forzato. Le Leggi di Burgos del 1512 tentarono di regolare il rapporto con le popolazioni locali per limitarne lo sfruttamento, ma con scarsi risultati. Il frate domenicano Bartolomé de Las Casas denunciò le atrocità commesse dagli spagnoli, portando nel 1542 all’emanazione delle Nuove Leggi di Carlo V, che proibivano la schiavitù indigena e istituivano corti di giustizia, anche se lo sfruttamento continuò sotto altre forme.
L’incontro con le popolazioni indigene suscitò grande interesse in Europa. Gli amerindi non conoscevano il ferro, l’aratro e la ruota, ma praticavano un’agricoltura avanzata, coltivando mais, cacao, patate, fagioli, manioca e pomodori, prodotti che sarebbero diventati essenziali per l’economia europea. Gli europei introdussero invece cavalli, bovini e nuove tecnologie. Le città amerindie erano imponenti, con sofisticate reti di comunicazione e un raffinato artigianato di metalli preziosi. Tuttavia, la diversità culturale generò dibattiti teologici e filosofici. Alcuni, come Juan Ginés de Sepúlveda, consideravano gli amerindi inferiori e privi di anima, giustificando così la loro sottomissione. Altri, come Montaigne, difesero la dignità di ogni civiltà, sostenendo che la diversità non implicasse inferiorità.
Le epidemie importate dagli europei decimarono le popolazioni indigene, rendendo difficile il reperimento di manodopera. Per supplire a questa carenza, si intensificò la tratta degli schiavi africani. Considerati più resistenti e adatti al clima tropicale, gli africani venivano deportati in massa dalle regioni comprese tra il Senegal e il Golfo di Guinea, controllate dai portoghesi. I prigionieri di guerra, i criminali o i rapiti venivano scambiati con merci di poco valore, come tessuti e polvere da sparo.
Questo traffico umano diede origine al commercio triangolare: le navi europee partivano cariche di merci destinate all’Africa, dove venivano scambiate con schiavi. Questi ultimi venivano trasportati nelle colonie americane in condizioni disumane, subendo altissime perdite durante la traversata. Infine, i prodotti delle piantagioni coloniali, come zucchero, cotone e tabacco, venivano esportati in Europa, alimentando un circolo vizioso di sfruttamento.
Dal XVII secolo, la tratta degli schiavi divenne un’attività redditizia per olandesi, inglesi e francesi, che rifornivano le piantagioni delle loro colonie. Per lungo tempo, questo commercio fu considerato normale, ma a partire dal XVIII secolo iniziarono a diffondersi idee abolizioniste. Lo sdegno dell’opinione pubblica occidentale portò, infine, alla graduale abolizione della schiavitù.
La fine dell’unità religiosa in Europa
La Chiesa universale medievale rappresentava un punto di riferimento essenziale per l’Europa, unita nella fede cristiana, ma le continue crisi ne avevano pesantemente indebolito il prestigio. Da secoli le comunità cristiane chiedevano una riforma dei precetti e una moralizzazione del clero, il quale, invece, non esitava a rivendicare privilegi, governando come sovrani e considerando i fedeli alla stregua di sudditi. Uno degli scandali più gravi fu quello delle indulgenze. Nei secoli precedenti, l’indulgenza veniva concessa ai fedeli in seguito a opere pie e pellegrinaggi, ma nel XV secolo si affermò la pratica di concederla in cambio di offerte in denaro. Secondo la dottrina, la confessione cancella la colpa ma non la pena, che il peccatore deve scontare in Purgatorio; le indulgenze rendevano più breve questa permanenza. Nel 1514 Papa Leone X indisse un’indulgenza plenaria per finanziare la costruzione della Basilica di San Pietro e in Germania la riscossione fu affidata ad Alberto di Hohenzollern, già vescovo di due diocesi, che mirava a diventare arcivescovo di Magonza e ottenne una dispensa papale grazie ai proventi delle indulgenze.
Nel 1517, il monaco agostiniano Martin Lutero pubblicò 95 tesi nelle quali contestava la vendita delle indulgenze e il primato del Papa. Sostenne le teorie della predestinazione e della giustificazione per sola fede, affermando che solo Dio può salvare l’uomo e che la fede è una conseguenza della grazia divina, dunque un dono di Dio. Ne conseguiva che le opere non avevano valore salvifico e che la salvezza era riservata a pochi predestinati. Le tesi di Lutero suscitarono un vasto dibattito e si diffusero rapidamente tra i critici del degrado morale della Chiesa. Nel 1518 Lutero fu processato per eresia e le sue dottrine vennero bandite; nel 1520 bruciò pubblicamente la bolla di ammonizione di Leone X e nel 1521 fu scomunicato. Convocato a Worms, non ritrattò e la sua condanna divenne definitiva. Oltre alla predestinazione e alla giustificazione per sola fede, Lutero affermò la validità solo di battesimo ed eucaristia, sostenne la consustanziazione al posto della transustanziazione, il concetto di episcopato universale e la libera interpretazione delle Scritture, delegittimando così il ruolo di mediazione del clero.
La Riforma luterana si diffuse rapidamente, influenzata dalla cultura umanistica, che criticava le tradizioni ecclesiastiche e auspicava un ritorno alla purezza evangelica, alla lettura personale del Vangelo e a una fede più interiore. Tra gli umanisti, Erasmo da Rotterdam interpretò questa esigenza ma non aderì alla Riforma, ritenendo che l’evangelizzazione non potesse essere affidata a predicatori ignoranti. Il teologo Filippo Melantone, collaboratore di Lutero, riformò l’istruzione dei fedeli e del clero, valorizzando l’uso del volgare e promuovendo l’alfabetizzazione. Lutero trovò consensi tra contadini e cavalieri: la piccola nobiltà tedesca vide nella Riforma l’occasione per impossessarsi dei beni ecclesiastici, mentre i contadini interpretarono il messaggio di uguaglianza come una legittimazione della lotta contro i potenti. La rivolta dei cavalieri (1522-1524), guidata da Franz von Sickingen, mirò a espropriare i beni della Chiesa. Nel 1525 scoppiò la rivolta dei contadini, guidata da Thomas Müntzer, che considerava la protesta un mezzo per imporre il proprio credo. Dopo la sconfitta nella battaglia di Frankenhausen, Müntzer fu catturato, torturato e decapitato. Lutero condannò le rivolte, rifiutando l’uso della violenza e il turbamento dell’ordine sociale, che riteneva voluto da Dio.
L’imperatore Carlo V inizialmente cercò un compromesso con i principi riformati, accettando nella Dieta di Spira (1526) che ogni principe scegliesse la confessione per i propri sudditi. Tuttavia, nella seconda Dieta di Spira (1529), impose la restituzione dei beni ecclesiastici e il bando del luteranesimo, provocando la protesta dei principi tedeschi, da cui derivò il termine "protestanti". Con la Pace di Augusta (1555), si affermò il principio "Cuius regio, eius religio", secondo cui ogni sovrano poteva imporre la propria religione ai sudditi.
Parallelamente, la Riforma si diffuse in Svizzera grazie a Ulrich Zwingli, che a Zurigo predicò il valore simbolico dell’eucaristia e rifiutò il culto dei santi. La sua condanna del mercenariato gli attirò l’ostilità di un esercito cattolico, che lo sconfisse nella battaglia di Kappel (1531). Anche Giovanni Calvino contribuì alla Riforma: nato in Francia, nel 1534 si rifugiò a Basilea e poi a Ginevra, dove fondò una comunità basata sulla rigida disciplina religiosa e sulla dottrina della predestinazione assoluta.
Un movimento radicale legato alla Riforma fu quello degli anabattisti, guidati da Giovanni da Leida, che proponevano una comunità di "perfetti", battezzati in età adulta, rifiutavano la proprietà privata e praticavano la poligamia. La loro ribellione fu stroncata nel sangue: cattolici e protestanti si allearono per assaltare la città di Münster e sterminarne gli abitanti.
In Inghilterra, la Riforma ebbe motivazioni politiche. Enrico VIII, inizialmente sostenitore del cattolicesimo, entrò in conflitto con il papa perché non ottenne il divorzio da Caterina d’Aragona. Nel 1534 si proclamò capo della Chiesa d’Inghilterra con l’Atto di Supremazia, rompendo con Roma e dando origine alla Chiesa anglicana. Chiuse i monasteri, incamerò i loro beni e impose ai prelati il giuramento di fedeltà. La Riforma protestante segnò la fine dell'unità religiosa in Europa e la nascita di diverse confessioni cristiane, portando a conflitti e divisioni che influenzarono profondamente la
storia del continente.