Note sul capitalismo: dirigenti, amministratori, tecnici

1. Il ruolo della dirigenza aziendale

L’industrializzazione di seconda e terza generazione modificò i parametri gestionali delle aziende. Non era più sufficiente il vecchio schema piramidale proprietario-direttore/capo del personale/tesoreria e ufficio acquisti e vendite; gli andamenti della domanda e dell’offerta dei beni esigevano nuovi ritmi e modelli, che dovevano essere gestiti da personale qualificato. Inoltre, la finanziarizzazione di parte dell’economia dei paesi più avanzati richiedeva un ampliamento delle conoscenze anche nel mercato dei capitali, in quanto una buona collocazione del pacchetto azionario era alla base della riuscita dei programmi industriali. Come già ricordato nella precedente lezione, la forma manageriale dell’azienda assumeva una ramificazione più articolata, per rispondere a tutte le esigenze che un’impresa plurisettoriale o divisionale poteva riscontrare lungo il percorso. Il vertice dell’azienda era rappresentato, e lo è tutt’oggi, da un consiglio di amministrazione. Esso era composto da un numero variabile di consiglieri, decisi secondo lo statuto societario. Di seguito, un esempio di un cdA di un’azienda italiana attiva nel XX secolo nel comparto elettrico: Fonte: Archivio Storico ENEL (ASEN), sez. Cenzato, Verbale cdA Società Meridionale di Elettricità (SME), 30/3/1909.

Il cdA era formato dal presidente della società, che fungeva da garante degli interessi di tutti i gruppi azionisti maggioritari, da un amministratore delegato, che era il vero artefice della politica aziendale, nonché l’organizzatore dei programmi industriali e finanziari del gruppo, da un determinato numero di consiglieri e dai rappresentanti del collegio dei sindaci. Tutti ricevevano un compenso per la loro rappresentanza nel cdA della società. Ogni consigliere era il diretto rappresentante di parte del capitale investito da un gruppo, una banca, una finanziaria o un altro attore economico interessato agli affari della società. I consiglieri Aubert, Allievi, Capuano, Hentsch e de Haller erano stati nominati consiglieri della SME per volontà della Italo-Suisse, una finanziaria molto importante nel mercato dei capitali elettrici italiani agli inizi del XX secolo. Wenner era un noto industriale tessile del salernitano, figlio di imprenditori tessili svizzeri che avevano investito nella città campana dalla metà del XIX secolo. Dunque, si trattava di una società per azioni che aveva raccolto capitali provenienti dall’Italia e dall’estero, e nel corso dei decenni iniziali del Novecento aveva diversificato al massimo le attività industriali, abbracciando vari rami produttivi, acquisendo intere società o partecipando ai capitali sociali, sia nello stesso comparto aziendale, sia nell’indotto, in modo da controllare ogni minimo aspetto della produzione. Solitamente il cdA era composto da esponenti dell’alta borghesia imprenditoriale, e considerando il limitato mercato dei capitali in Italia e l’accesa concorrenza all’interno dello stesso, da un attento studio sui cdA delle maggiori società italiane del periodo si rileverebbe che alcuni grandi manager e amministratori, esponenti di spicco di una banca mista, di una grande finanziaria o di una società di capitali, erano presenti nello stesso periodo in dozzine di cdA. Questo fenomeno, molto diffuso nell’Italia del take-off industriale, nella letteratura scientifica è ricordato come interlocking directorates, ed fu di vitale importanza per il capitalismo italiano, poiché le fonti di finanziamento erano esigue, e gli stessi dirigenti dell’ente investitore controllavano il corretto andamento degli affari delle società finanziate, evitando anche fenomeni concorrenziali. Questa pratica era tipica dei settori traenti della II rivoluzione industriale, che necessitavano di ingenti capitali in un mercato esiguo, e che crearono delle zone di competenza territoriale, evitando concorrenza diretta tramite la formazione di veri e propri monopoli. Al di sotto del consiglio di amministrazione esisteva un comitato esecutivo, che programmava e metteva in pratica le decisioni prese soprattutto dal cdA e dal consigliere delegato. Il comitato esecutivo poteva essere composto da rappresentanti del capitale, ma anche da tecnici stipendiati, che ottenevano una remunerazione dal loro servizio.

2. Le linee intermedie

I quadri intermedi delle grandi aziende della II e III rivoluzione industriale erano il frutto di due fattori: l’innalzamento del livello di istruzione e l’espansione del consumo di massa. Secondo la definizione dell’art. 2095 c.c.2095\text{ c.c.}, modificato con la l. 190/1985l.~190/1985, il quadro intermedio è un lavoratore subordinato che, nonostante sia interno alla dirigenza di un’azienda, svolge una mansione di rilievo temporalmente continuativa: « In generale, nelle imprese tradizionali, consolidate e operanti in mercati e con processi di elevata stabilità, si privilegia una lettura “gerarchica” della categoria dei quadri, mentre, in quelle maggiormente dinamiche, prevale l’alternativa di attribuire il ruolo di quadro a quei collaboratori con capacità professionali specifiche indipendentemente dalla posizione gerarchica». La qualifica di quadro era, ed è, molto rilevante all’interno degli ingranaggi che muovono un’impresa: il quadro è un professionista di un determinato settore, che esaudisce i dettami della politica aziendale, controlla il funzionamento della divisione di cui è parte integrante. Le linee intermedie, quindi, sono una congiunzione tra la dirigenza e il ceto impiegatizio: secondo le norme sul lavoro, al quadro intermedio deve essere riconosciuto il margine di professionalità maggiore rispetto al semplice impiegato, poiché è un lavoratore tecnologico, che fa dell’aggiornamento e dello studio la chiave del suo lavoro. Il quadro intermedio è inserito in un contesto settoriale, rispettando la sua professionalità e le sue capacità. Per tale ragione, viene considerato un lavoratore settoriale, legato indissolubilmente a una divisione ben precisa. Come nello schema chandleriano del big business, il quadro differisce per sezioni: finanza, acquisti, personale, legale, organizzazione, impianti, vendite. Un quadro intermedio può essere un esperto di mercato finanziario, e gestire i rapporti dell’azienda con il settore del mercato dei capitali. La sua funzione, in tal caso, sarebbe di vitale importanza all’interno delle moderne imprese legate all’andamento azionario borsistico. Inoltre, un quadro intermedio è a capo del settore vendite, organizzando il marketing, gestendo il rapporto con il mercato all’ingrosso e al dettaglio, lanciando campagne di pubblicizzazione; un suo omologo è il capo del settore acquisti, che regola il rapporto con i fornitori di beni intermedi e materie prime, colloca le risorse in modo ottimale tra le divisioni. In più, un intermedio è a capo dell’ufficio del personale, che racchiude in sé diverse capacità gestionali e relazioni con i dipendenti dell’azienda; infine, un quadro è a capo del settore legale: per legale si intende anche diritto d’impresa, fusioni, acquisizioni, oltre che difendere nelle sedi legali gli interessi dell’azienda rappresentata.

3. I tecnici

Le funzioni essenziali all’interno di una azienda divisionale e plurisettoriale sono svolte dai tecnici. I tecnici rappresentano il frutto dell’evoluzione tecnologica. Ingegneri, demografi, geologi, sociologi, chimici, biologi e altri professionisti tra II e III rivoluzione industriale hanno assunto sempre più importanza nel mondo della produzione. Essi possono essere assunti all’interno delle aziende sia nel ruolo di quadri intermedi, sia come esperti all’interno delle divisioni stesse, che, grazie alla loro conoscenza approfondita di un determinato campo, forniscono una prestazione lavorativa continuativa all’impresa dietro pagamento di una remunerazione adeguata al ruolo svolto. Si pensi agli ingegneri idraulici che nel corso del primo Novecento furono i progettisti delle dighe di ritenuta e delle centrali idroelettriche; oppure i chimici, che nei laboratori di R&S delle imprese portano avanti la ricerca sui prodotti, migliorandoli e rendendoli più appetibili per il mercato dei beni. La loro figura, dunque, risulta tutt’oggi di vitale importanza all’interno dell’impresa divisionale. Nelle lezioni successive analizzeremo anche la loro posizione dal punto di vista dell’evoluzione delle politiche del lavoro nel corso del XX secolo.

Bibliografia

Bibliografia • G. De Luca, M. Landoni, V. Zamagni, Per una storia della retribuzione, Il Mulino, Bologna, 2018. • S. Musso, Storia del lavoro in Italia. Dall’Unità a oggi, Venezia, Marsilio, 2011; • G. Maifreda, L’organizzazione del lavoro. Dalla rivoluzione industriale allo smart working, Ediz. MyLab, 2022; • L. De Biase, Il lavoro del futuro, Codice Edizioni, 2018; • E. Gualmini, R. Rizza, Le politiche del lavoro, Bologna, Il Mulino, 2013.