Note sull'opera: Il capitalismo: terra, lavoro e capitale

La terra

Il capitalismo è descritto come un sistema economico in cui le priorità produttive si invertono rispetto alle epoche precedenti. Prima, la linea produttiva partiva dalla merce, che veniva lavorata e rivenduta per ottenere denaro; il denaro serviva per ottenere altra merce, che rappresentava il fine ultimo della produzione, cioè una merce che soddisfaceva i bisogni del lavoratore. Con il capitalismo, al contrario, il denaro, derivato dall’accumulazione originaria di capitale, viene investito per produrre merce destinata al mercato, e il profitto dell’attività lavorativa produce altro denaro, che risarcisce l’investimento iniziale e realizza un surplus (profitto) come fine dell’attività. In breve: i sistemi economici precedenti erano basati su modello merce-denaro-merce; il capitalismo capovolge la relazione in denaro-merce-denaro. Il nucleo centrale è la capacità di investimento dell’individuo per produrre beni da immettere sul mercato, in un contesto sempre più libero dai vincoli daziari, per ottenere ulteriore denaro. Nonostante l’importanza crescente del capitale, anche la terra resta un “fattore” di produzione: nel capitalismo la terra non è più la base unica della ricchezza individuale né il fine ultimo del lavoro, ma può costituire un trampolino per accumulare capitale da investire in attività redditizie grazie alla crescita dei commerci, spesso già avviata in epoca mercantilista. Sulle origini del capitalismo sono stati scritti lavori fondamentali: Weber collega le origini alla riforma protestante; in letteratura si segnala anche un’origine nell’Italia alto-medievale, dove le famiglie di banchieri e mercanti reinvestivano i proventi nell’acquisto di terra, considerata una condizione indispensabile per entrare nelle aristocrazie cittadine. Tuttavia, i processi legati al fattore terra nel capitalismo embrionale non si svilupparono in tutti i paesi europei: in Francia, la distanza tra città e campagna non portò a un approccio produttivistico della terra fino al XVII secolo; lo stesso accadde in Germania fino al XVIII secolo. L’Inghilterra fu invece pioniera tra le nazioni europee, con le enclosures act, che trasformarono i campi aperti in proprietà private e produttive. Le recinzioni, finanziate dal proprietario, separarono le terre e incentivarono la conduzione individuale, la ricerca di miglioramenti tecnologici e l’aumento della produttività; molti piccoli proprietari furono costretti a vendere i loro terreni ai grandi proprietari e a offrire manodopera come braccianti. Il bracciantato crebbe, mentre parte della popolazione migrava verso le città, dove cominciava la fabbrica e il lavoro salariato. Durante la prima rivoluzione industriale, la terra perse (pur restando) importanza come fulcro della produzione di beni: l’industria cittadina divenne il fulcro economico, pur continuando una quota di produzione agricola per alimentare la popolazione e l’esportazione. Oltre all’Inghilterra, l’agricoltura nei contesti capitalistici ha seguito percorsi diversi: in Italia, la terra ha trovato una funzione di reddito e prestigio; in Francia e Germania resta meno orientata alla produttività agricola; in Inghilterra, l’agricoltura ha sostenuto l’economia attraverso la lana, che ha contribuito a mantenere una bilancia dei pagamenti stabile fino alla rivoluzione industriale. Oggi l’agricoltura, pur essendo entrata in una lettura post-industriale, resta vitale non solo per la domanda di consumo alimentare ma anche come attore economico in una logica di circolarità e bioeconomia. Dati recenti evidenziano che, in Italia, su circa 2 imes 10^6 addetti al settore primario su un totale di 23 imes 10^6 persone attive, l’agricoltura sta vivendo un ritorno di attrazione grazie a finanziamenti europei; tuttavia la professione è spesso caratterizzata da protezioni meno robuste per i lavoratori, in particolar modo per chi è immigrato, con salari ridotti e ritmi lavorativi intensi. L’età media degli occupati in agricoltura è diminuita rispetto al passato, e con l’avanzare dell’industria 4.0 e della digitalizzazione, il lavoro agricolo è diventato sempre più smart e meccanizzato, ma resta una sfida di tutele e condizioni di lavoro nelle zone intensive; nonostante ciò, l’interesse dei giovani laureati verso la terra come fattore produttivo è cresciuto nell’era post-industriale.

Enclosures, campi aperti e trasformazioni produttive

Le recinzioni hanno segnato la trasformazione dall’economia dei campi aperti a una proprietà fondiaria privata che favoriva investimenti e innovazioni agrarie. Nei campi aperti, l’aristocrazia terriera gestiva i terreni reservandoli a pascolo e raccolta, con l’uso collettivo di risorse come legname; la produttività era limitata, e la lana inglese rimaneva la principale fonte di esportazione. Le nuove pratiche di conduzione, le sementi e le tecniche agricole hanno spinto verso una produzione destinata al mercato, non all’autoconsumo. L’onere dell’investimento per la recinzione ricadeva sul proprietario del fondo; i piccoli proprietari spesso non avevano risorse per l’operazione, e così vendettero i terreni ai grandi proprietari, aumentando la forza lavoro disponibile come braccianti e favorendo la nascita di grandi aziende agricole gestite in chiave capitalistica. Alcuni contadini migirarono verso le città o divennero affittuari, condividendo le nuove tecniche con le grandi imprese. Durante l’industrializzazione, l’agricoltura non scomparve ma perse centralità, venendo progressivamente orientata ai mercati esteri per l’approvvigionamento alimentare, con un’ulteriore dinamica di modernizzazione e digitalizzazione che caratterizza l’agricoltura odierna.

Territorio, prestigio e reddito nell’economia capitalistica

La terra, nel capitalismo embrionale, rimaneva fonte di reddito e prestigio per entrare in ceti nobiliari; la sua trasformazione in capitale richiede investimenti per migliorare la produttività e per competere nei mercati. L’Inghilterra, nonostante una trasformazione radicale delle campagne, mantenne la lana come pilastro delle esportazioni e della bilancia dei pagamenti fino alla rivoluzione industriale, dimostrando come la connessione tra terra, lavoro e capitale sia complessa e differenziata tra contesti nazionali. L’agricoltura moderna si configura invece come parte integrante di un’economia di mercato che integra innovazioni tecnologiche, meccanizzazione e gestione scientifica, avviando una nuova fase in cui la terra resta una risorsa chiave, ma non più l’unico fulcro della ricchezza nazionale.

Numeri e riferimenti storici

  • Indagine sull’occupazione: in un paese con circa 23 imes 10^6 abitanti in età lavorativa, circa 2 imes 10^6 sono addetti al settore primario (dati ISTAT).
  • Il passaggio storico dalla terra come base della ricchezza al capitale come motore della produzione ha attraversato fasi distinte: dall’economia feudale al mercantilismo, fino al capitalismo e all’industrializzazione, con trasformazioni profonde nelle strutture fondiarie, nelle pratiche agricole e nelle strutture del lavoro.

Riflessioni e Implicazioni

Eticamente e politicamente, le trasformazioni agrarie hanno implicazioni rilevanti: alternanza tra proprietà privata e uso comune, tutele dei lavoratori agricoli, immigrazione e condizioni di lavoro, nonché la guida delle politiche pubbliche nell’economia agricola post-industriale. Le dinamiche del fattore terra nel capitalismo mostrano come la ricchezza non derivi esclusivamente da una singola risorsa, ma dall’insieme delle condizioni storiche, istituzionali, tecnologiche e di mercato che trasformano la terra in capitale e il lavoro in reddito produttivo.

Il lavoro

Il lavoro è definito nell’economia come l’attività finalizzata alla produzione di beni e servizi per il mercato, sia per la vendita sia per l’erogazione diretta. Il tasso di attività, cioè la partecipazione al lavoro, è il rapporto tra forza-lavoro e popolazione in età lavorativa. In economia politica, il lavoro è uno dei tre fattori di produzione accanto a terra e capitale, ed è soggetto alle leggi della domanda e dell’offerta. L’offerta riguarda quante persone sono disponibili a svolgere una data professione; la domanda riguarda quanto le imprese richiedono lavoratori. Contrariamente a quanto affermato da Marx, il lavoro non è considerato una merce “commerciante” nel senso classico: non è conservabile e non può essere immagazzinato; infatti esiste un legame inscindibile tra la persona-lavoratore e la prestazione di lavoro, e non è possibile scortare o salvaguardare il lavoro come bene separato.

  • Tendenze salariali: la domanda di lavoro è inversamente correlata al livello degli stipendi: una politica di bassi salari stimola la domanda di lavoro (esemplare è il miracolo economico italiano tra il 1956 e il 1962), mentre salari elevati possono ridurre la domanda concentrandola su professioni più specializzate. Il rapporto tra domanda e offerta determina il salario e il punto di equilibrio occupazionale. Nelle epoche antiche, il lavoro era spesso assoggettato a forme di schiavitù o servitù; nella fase classica lo sfruttamento avveniva nel contesto schiavista, e nell’età medievale su basi di servitù e autoconsumo. Con l’analisi di Smith, si distingue tra divisione orizzontale e verticale del lavoro: la divisione orizzontale riguarda unità produttive diverse in settori differenti, mentre quella verticale riguarda gruppi lavorativi che operano secondo una gerarchia. Il progresso tecnologico odierno ha favorito una “lavorazione a matrice” che collega orizzontalità e verticalità. Nel diritto romano, il rapporto di lavoro rientrava nel modello locatio-conductio; nel 1970 si è affermato un modello di lavoro subordinato che definisce il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore, con l’oggetto della prestazione che soddisfa esigenze pubbliche e collettive. Il lavoro resta un fattore di produzione fondamentale: senza lavoro la terra e il capitale sarebbero improduttivi, e la tutela del lavoro diventerà oggetto di lezioni future del corso.

Le tipologie di divisione del lavoro

  • Divisione orizzontale: diverse unità produttive confrontate in settori differenti, basata sulla divisione del lavoro tra settori.
  • Divisione verticale: un unico gruppo lavorativo esegue una serie di operazioni ordinate gerarchicamente. Il progresso tecnologico ha favorito una relazione più aperta tra orizzontalità e verticalità, con una struttura a matrice che collega entrambe.

Il lavoro nel lungo periodo storico

Schiavitù, servitù, salario e stipendio sono tappe centrali della storia del lavoro. La tutele del lavoro, le politiche del lavoro e i rapporti di lavoro si sono evoluti in funzione delle esigenze delle varie epoche, dal contesto classico a quello contemporaneo orientato al terziario avanzato. Il lavoro è una componente essenziale della produzione, e la sua tutela è parte integrante delle politiche sociali e del diritto del lavoro. L’evoluzione del lavoro mostra come le dinamiche tra domanda e offerta di lavoro, i salari e la produttività guidino la regolazione del mercato del lavoro e l’assetto occupazionale in diverse fasi storiche.

Il capitale

L’economia classica considera capitale qualsiasi prodotto non destinato al consumo immediato ma destinato a ulteriori processi produttivi; i marginalisti come Menger hanno posto l’accento sul capitale monetario, come ricchezza finalizzata alla produzione. In senso ampio, il capitale è l’insieme di tutti i beni materiali destinati alla produzione del reddito di una nazione, inclusi terra, macchinari e altri asset che influenzano la produttività. In relazione agli individui, il capitale può essere reddito monetario capace di generare reddito effettivo o presunto. Esistono diverse forme di capitale: capitale di lucro (che soddisfa i bisogni del possessore) e capitale produttivo (capace di generare altra ricchezza tramite la produzione). Il capitale produttivo è il focus principale: influisce sugli andamenti di un settore o di un intero ciclo economico.

L’accumulazione originaria e la trasformazione economica

Secondo la tradizione marxiana, l’accumulazione originaria di capitale è il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione, ed è considerata la preistoria del capitale e del modo di produzione corrispondente. Tuttavia, è necessario sottolineare che l’accumulazione può essere analizzata anche guardando a fattori diversi dall’appropriazione dei mezzi di produzione, tra cui innovazioni tecnologiche, istituzioni politiche e nuove esigenze commerciali emerse in contesti globali, non più limitati a scala locale. Nelle società rurali medievali, il capitale poteva coincidere con la terra; i pagamenti in natura avevano un peso rilevante, e i mezzi di produzione erano limitati; con la nascita del mercantilismo, nacquero le prime società per azioni e si rovesciò il rapporto tra merce e denaro. Con la rivoluzione industriale, il capitale divenne il motore primario della produzione di beni da immettere sul mercato: la terra e il lavoro si riconfigurano come elementi integrati, ma il capitale diventa la base della produzione moderna. Oggi il capitale si distingue tra capitale fisso e capitale circolante: il capitale fisso si deteriora con l’uso e comprende beni durevoli (come i macchinari), mentre il capitale circolante è consumato in un solo ciclo di produzione (materie prime, salari, anticipazioni). Il capitale fisso richiede investimenti ciclici per rimanere competitivo, dando origine a modelli capital-intensive, tipici delle economie avanzate con mercati finanziari sviluppati. Il capitale circolante si esaurisce nell’attività di trasformazione o serve a anticipare i costi di produzione. L’ampliamento del capitale deriva dal flusso di risparmio nuovo e dalla porzione di risparmio non investito, con durata incerta e dipendente dall’usura delle macchine, dall’andamento della domanda, e dall’offerta di lavoro. Nell’economia contemporanea, il capitalismo ha mostrato resilienza di fronte alle crisi di sovrapproduzione, grazie a un circuito globale dei capitali che si muove con estrema velocità e una connettività digitale; ciò, tuttavia, rende difficile il controllo su flussi potenzialmente illeciti o evasione fiscale, con implicazioni per la regolazione globale.

Capitale fisso e capitale circolante

  • Capitale fisso: investimenti in beni durevoli destinati alla produzione, soggetti a logoramento nel tempo; richiede aggiornamento ciclico per mantenere la competitività; esempi tipici includono macchinari industriali.
  • Capitale circolante (o capitali di esercizio): beni e risorse consumati nel corso del processo produttivo (materie prime, salari, anticipazioni); si esaurisce in un solo atto di produzione.

Tipi e origini della ricchezza e del capitale

  • L’assetto capitalistico si fonda su una differenziazione tra capitale di lucro e capitale produttivo: il primo serve un beneficio individuale, il secondo produce reddito e ricchezza per l’economia nel suo complesso.
  • L’evoluzione storica dall’economia feudale al mercantilismo e quindi al capitalismo è stata guidata dall’aumento della produttività della terra, dall’introduzione di nuove tecniche di conduzione e dalla crescita dei mercati globali generati dalle scoperte geografiche.
  • Il concetto di accumulazione originaria, nella chiave marxiana, descrive la generazione del capitale tramite la separazione tra produttore e mezzi di produzione, ma al contempo l’analisi critica evidenzia come innovazioni istituzionali e tecnologiche, nonché nuove esigenze di mercato, abbiano contribuito all’emergere del capitale anche oltre le sole dinamiche di appropriazione.

Crisi, globalizzazione e vigilanza sui capitali

Nell’economia contemporanea, la globalizzazione dei capitali e l’uso di tecnologie telematiche hanno aumentato l’efficienza e la velocità degli scambi, ma hanno anche reso più difficile controllare il flusso di capitali (che possono includere attività illecite o evasione fiscale). Questo contesto richiede nuove forme di governance economica e regolamentazione per mitigare rischi sistemici e promuovere un capitalismo sostenibile e responsabile.

Riflessioni e Implicazioni Etiche

  • Il passaggio dal capitale come strumento individuale al capitale come motore di un sistema globale solleva questioni di equità, protezione dei lavoratori e redistribuzione della ricchezza tra classi e paesi.
  • L’uso del capitale fisso e circolante impatta sui tempi di produzione, sulla competitività e sull’innovazione tecnologica, con ripercussioni sulle politiche industriali e sull’occupazione.
  • La digitalizzazione e l’economia circolare pongono sfide e opportunità: da una parte aumentano l’efficienza e l’uso responsabile delle risorse, dall’altra richiedono nuove competenze, formazione e regolamentazioni per gestire flussi di capitale ad alta velocità e potenziali rischi di abuso.

Bibliografia

  • Musso, S., Storia del lavoro in Italia. Dall’Unità a oggi, Venezia, Marsilio, 2011.
  • Maifreda, G., L’organizzazione del lavoro. Dalla rivoluzione industriale allo smart working, Ediz. MyLab, 2022.
  • De Biase, L., Il lavoro del futuro, Codice Edizioni, 2018.
  • Gualmini, E. e Rizza, R., Le politiche del lavoro, Bologna, Il Mulino, 2013.