Note di studio: Dinamica del capitalismo e colonizzazione del Nuovo Mondo

Colonialismo e dinamica del capitalismo

Il testo richiama l’opera di Eric Williams, che ha contribuito in modo significativo agli studi sull’importanza cruciale della tratta degli schiavi nel processo di accumulazione di capitale per lo sviluppo europeo. Tuttavia, la maggior parte degli storici tende a negare che i profitti derivanti dal Nuovo Mondo abbiano avuto un peso superiore alla media rispetto ad altre fonti di reddito. I tre punti centrali usati per controbattere questa tesi sono:

  1. La coercizione, sebbene moralmente discutibile, non avrebbe intrinsecamente generato profitti superiori alla media rispetto a un lavoro liberamente contrattato in Europa, a causa dei costi di gestione, sorveglianza e mantenimento degli schiavi.

  2. I profitti complessivi provenienti dal Nuovo Mondo, pur essendo considerevoli, sarebbero stati inferiori a quelli prodotti dalle attività economiche interne all’Europa, suggerendo che il focus principale dell'accumulazione fosse endogeno.

  3. La prima fase della rivoluzione industriale non richiedeva grandi capitali iniziali, ma piuttosto investimenti graduali e diffusi in innovazioni tecniche e organizzative. Pertanto, l'influsso di "grandi" capitali dal Nuovo Mondo non sarebbe stato un prerequisito fondamentale.

Nonostante queste obiezioni, è innegabile che il potere del capitale nelle società europee si sia affermato non solo attraverso l'espansione e il commercio con il Nuovo Mondo, ma anche tramite il perfezionamento di nuovi modi di preservare, gestire e rendere più produttivo lo stock di capitale esistente, ad esempio attraverso nuove forme di credito e organizzazione commerciale. La coercizione nel Nuovo Mondo ha certamente contribuito all’accumulazione di capitale, ma resta da chiedersi se la sua entità fosse tale da modificare radicalmente le dinamiche complessive dell'economia europea.

Patrick O’Brien, attraverso studi dettagliati, ha dimostrato che la coercizione extraeuropea – in particolare l’uso di manodopera schiava e lo sfruttamento coloniale – ha prodotto un incremento del 7%7\% degli investimenti lordi in Gran Bretagna fino alla fine del Settecento. Per una società preindustriale, dove i tassi di accumulazione erano generalmente bassi, si tratta dunque di una cifra considerevole, che non può essere trascurata. Se confrontata con la stima di Simon Kuznets, secondo cui l’incremento netto di capitale in quel periodo era di solo 1.32%1.32\% della produzione annua, si comprende che anche variazioni di risparmio relativamente contenute, senza compromettere il consumo interno, potevano produrre variazioni significative nello stock di capitale. In particolare, si è stimato che un aumento del tasso d’investimento del 7%7\% abbia potuto produrre un raddoppio dell’aumento netto dello stock di capitale, accelerando notevolmente il processo di crescita. Pomeranz sostiene che il modo in cui l’Europa accumulava capitale fino al XVIII secolo, attraverso pratiche come il commercio e l'agricoltura domestica, non garantiva automaticamente un vantaggio comparato o uno sviluppo economico di lungo periodo rispetto ad altre regioni come la Cina. Ciò che contribuì in maniera determinante fu la crescente domanda europea di beni di lusso esotici, l'emergente consumismo di massa e la nascente società capitalista che incentivava il profitto e la reinvestimento. Questi fattori diedero un impulso senza precedenti al commercio con il Nuovo Mondo, creando un circuito virtuoso di domanda e offerta che alimentò l'accumulazione.

Domanda Cinese e politiche economiche europee

La seconda parte del testo mostra che l’impulso principale ai grandi commerci globali del periodo preindustriale derivava dalla combinazione di due fattori interconnessi: le politiche economiche mercantilistiche europee e la forte e persistente domanda asiatica, in particolare quella cinese. Esaminando l’Impero spagnolo, si evidenzia l’importanza fondamentale delle esportazioni d’argento dal Nuovo Mondo grazie a un rapporto vantaggioso tra il prezzo dell’oro e quello dell’argento, che rendeva quest'ultimo estremamente prezioso in Oriente. Si stima che tra rac13rac{1}{3} e rac12rac{1}{2} di tutto l’argento estratto dalle miniere del Nuovo Mondo alla fine giungesse in Cina. Qui, l’argento non era considerato un bene di lusso da ostentare, ma una valuta essenziale che garantiva le transazioni quotidiane e il pagamento delle tasse, data l'ampiezza e la complessità dell'economia cinese. Questo tipo di commercio permise all’Impero spagnolo di riscuotere massicci diritti minerari e di sostenere la sua influenza globale, senza che l’enorme afflusso di argento provocasse un crollo del suo prezzo, proprio grazie alla costante e immensa domanda cinese. D’altronde, senza la domanda cinese – un vero e proprio "pozzo d'argento" – il commercio transatlantico dell’argento non sarebbe risultato così remunerativo per gli europei, come evidenziato dal meccanismo inflazionistico che occorse nel XVI e XVII secolo (la "Rivoluzione dei Prezzi") quando l'argento rimase maggiormente in Europa prima di trovare la sua via verso l'Asia.

Per Andre Gunder Frank, autore della tesi del "sistema-mondo", l’Europa non era l’unico, né necessariamente il più dinamico, centro economico del mondo nel lungo periodo. Al contrario, la forte domanda cinese di argento permetteva agli europei, in particolare agli spagnoli, di acquisire beni di grande valore – come sete, spezie e porcellane – provenienti dai ricchi e vasti mercati asiatici, essenzialmente finanziando il loro accesso al commercio orientale. Pomeranz propone invece un’estensione e una specificazione della teoria di Frank: occorre mettere in relazione la crescente domanda europea di beni di lusso provenienti dall'Asia con il massiccio flusso di argento proveniente dal Nuovo Mondo. È necessario "intrecciare" il circuito del commercio atlantico (tra Europa, Africa e Americhe) con il contesto globale dello scambio continentale, osservando attentamente i feedback e le interdipendenze generate da questa complessa relazione, piuttosto che vederli come sistemi separati. Inoltre, va tenuta in grande considerazione l’importanza cruciale delle grandi compagnie commerciali che operavano su scala globale. A questo proposito, Niels (Niel) Steensgaard descrive in dettaglio il caso della VOC, la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, non come una semplice azienda commerciale, ma come un vero e proprio impero militare-commerciale, un’entità "parastatale" con poteri sovrani (come la capacità di negoziare trattati e intraprendere guerre). I costi significativi e i rischi elevati delle sue operazioni su scala mondiale imponevano che il capitale investito fosse permanente, anziché legato a singole spedizioni. Inoltre, una quota sostanziale dei profitti doveva essere trattenuta e reinvestita come capitale circolante per finanziare le continue operazioni. Per gestire una tale complessità, la proprietà e il controllo della compagnia dovevano essere distinti: gli azionisti fornivano il capitale, mentre un consiglio di direttori gestiva le operazioni. Questo modello dette vita a un vero e proprio mercato azionario per le quote della VOC, che rese la gestione del rischio finanziario molto più efficiente, permettendo la dispersione del rischio tra numerosi investitori e facilitando l'accumulo di ingenti capitali necessari per sostenere l'impresa.