Appunti sul welfare state
La dottrina economica del welfare
La ricostruzione della seconda metà del XX secolo ha visto nascere una nuova concezione della collettività, dove non è più sufficiente considerare la popolazione come una massa indifferenziata ma come cittadini con pari diritti. La guerra mondiale è stata l’evento catalizzatore che ha spinto i governi postbellici a dotarsi di un taglio sociale più marcato delle politiche pubbliche: lo Stato non è solo mediatore, ma agente attivo per migliorare la condizione di tutti. Il pensiero economico che ha accompagnato questa trasformazione si è sviluppato soprattutto in direzione di una programmazione pubblica capace di correggere gli squilibri di mercato. Il primo promotore della tradizione cosiddetta “welfarista” fu John Rogers Commons (): economista statunitense, non ortodosso rispetto all’economia classica, formatosi in ambiente umanistico, che ha saputo combinare storia del lavoro, riforme sociali e legislazione sul lavoro. Dopo aver insegnato all’Università del Wisconsin, Commons fondò la cosiddetta scuola del Wisconsin, che promosse un modello di economia eterodossa orientato a valorizzare il ruolo dello Stato e delle riforme legislative per correggere gli errori del mercato. Nel Wisconsin Commons costruì una rete di collaboratori che anticipò i canoni poi diffusisi durante il New Deal; fu soprattutto un sostenitore del riformismo all’interno del capitalismo, affermando che la libera iniziativa privata deve essere accompagnata da interventi istituzionali che avvicinino l’economia alle esigenze della collettività. Le sue tesi rifiutavano la visione del mercato come autoregolazione perfetta e proponevano una concezione multidisciplinare che includeva solidarietà, usanze, abitudini e cultura; per Commons un’istituzione è un’azione collettiva volta a controllare, liberare ed espandere l’azione individuale. Le sue idee hanno influenzato notevolmente la legislazione sociale americana, anzitutto attraverso la promozione di servizi pubblici, indennizzi, protezione del lavoro minorile e femminile, sussidi di disoccupazione, sicurezza industriale e salario minimo. Commons non fu socialista, ma sostenitore del riformismo within capitalism: valorizzò la proprietà privata dei mezzi di produzione e la libera iniziativa, purché accompagnate da una funzione pubblica in grado di correggere gli squilibri del mercato. Sotto la sua guida si sviluppò una concezione istituzionale molto forte: lo Stato, la famiglia, la cooperazione, i sindacati e altri enti funzionanti dovevano fornire prestazioni utili alla collettività al di là delle regole ordinarie di mercato. In questo contesto nasce la domanda di un sistema di protezione sociale che si trasformi in un disegno organico capace di assicurare diritti e redditi di base, la cui realizzazione avrebbe imposto un salto di scala nello Stato sociale. Per oltre tutto il periodo in cui Commons operò a Wisconsin, la sua influenza si diffuse anche nel contesto nazionale e internazionale, aprendo la strada al concetto di welfare state come cornice normativa e operativa di un nuovo equilibrio tra mercato e Stato.
Il contesto storico e la funzione dello Stato nell’economia
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la lotta contro la povertà, la disoccupazione e l’insicurezza sociale divenne centrale nel disegno politico-economico europeo. Le linee guida dei governi della ricostruzione e della Golden Age, ispirate anche dalle dottrine sociali del welfare nate in Inghilterra con il piano Beveridge, hanno visto l’azione dello Stato come mezzo per correggere i fallimenti del mercato e garantire una vita dignitosa a tutti i cittadini. Il nucleo teorico di questa tradizione si è consolidato in un filo comune tra liberalismo riformista, socialdemocrazia e riforme keynesiane: lo Stato interviene per garantire una allocazione delle risorse che riduca le disuguaglianze e aiuti a superare la crisi. Il riferimento storico fondamentale resta il piano Beveridge, ma la sua ricezione in Italia e in altri paesi europei ha assunto forme diverse a seconda del contesto istituzionale e politico. In questo quadro, la nozione di istituzione come insieme di enti funzionali che operano nell’economia – dalla famiglia al sindacato, dallo stato alle imprese – diventa centrante: l’azione collettiva è finalizzata a liberare l’individuo dalla dipendenza dagli inutili rischi individuali e a garantire una protezione sociale universale. Il contributo di Commons si distingue così per la sua capacità di collegare la teoria economica a una pratica normativa che ha influenzato profondamente l’uso pubblico delle risorse e la costruzione di reti istituzionali capaci di dirigere la politica economica verso obiettivi di giustizia sociale.
Il peso delle idee keynesiane nella politica del lavoro
Dall’analisi del Beveridge emergeva anche l’impronta della dottrina keynesiana, che negli anni Quaranta e nel dopoguerra ha permesso di ridefinire il capitalismo come sistema capace di accogliere le istanze della popolazione oltre i meccanismi automatici dell’economia. Keynes sosteneva che lo Stato dovesse partecipare attivamente all’allocazione delle risorse e che, in stagioni di elevata disoccupazione, la domanda aggregata dovesse essere sostenuta per stimolare l’occupazione e l’economia nel suo complesso. La logica dell’intervento pubblico si configura così come strumento per mantenere la piena occupazione e per stimolare la domanda, in un contesto di crescita della massa di consumatori. Tuttavia si riconosceva anche che esistessero notevoli differenze tra i paesi per quanto riguarda l’intensità delle protezioni sociali e la spesa pubblica dedicata ai servizi. Da qui nasce il concetto di variabilità istituzionale: due grandi cornici interpretative permettono di distinguere i modelli di politica del lavoro, a seconda di come si intrecciano istituzioni dello Stato, mercato e famiglia, e di come esse siano state costruite nel tempo. In questo contesto si individua la nozione di regime di welfare capitalism, cioè modelli differenziati di welfare in base al grado di de-mercificazione, alla stratificazione sociale e al modo in cui il lavoro è organizzato all’interno della società. La differenziazione tra i capitalismi si esprime in categorie diverse: economie coordinate di mercato, dove lo stato e le associazioni hanno un ruolo significativo e dove la gestione dell’impresa è orientata a progetti a lungo termine; economie non coordinate di mercato, dove il mercato ha una spinta predominante e la gestione dell’impresa è guidata da logiche di profitto a breve termine e da una forte presenza di investitori e fondi. Accanto a queste categorie, è possibile distinguere un quarto modello, il capitalismo mediterraneo (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia), caratterizzato da un intervento statale esteso, una finanza meno sviluppata e una gestione interna all’impresa fortemente ancorata al vecchio modello familiare. In tali contesti, il mercato del lavoro manifesta differenze strutturali: protezione nei settori pubblici e nelle grandi aziende, minore protezione in piccole imprese e servizi privati, accento sul gender gap con una occupazione femminile spesso al di sotto della media. Il framework dei regimi di welfare capitalism consente di leggere la varietà delle politiche del lavoro e di capire come le differenze istituzionali tra paesi influenzino la qualità, l’estensione e la universalità delle prestazioni sociali.
Le distinzioni tra modelli di capitalismo: coordinate vs non coordinate e il modello mediterraneo
Esiste una differenziazione tra due grandi modelli di capitalismo: le economie coordinate di mercato, tipiche del centro Europa (ad es. AUT, DEU, FRA e anche il Giappone), in cui il mercato occupa una posizione gerarchica inferiore rispetto a Stato e reti sociali, con una gestione aziendale orientata a progetti a lungo termine e una forte cooperazione tra impresa e lavoratori; e le economie non coordinate di mercato, tipiche dei paesi anglosassoni (UK, USA), dove il mercato occupa un ruolo dominante e lo Stato ha un peso relativamente minore nell’economia, con una forte propensione ai meccanismi di mercato e, spesso, una finanza orientata al breve termine. Alcuni studiosi hanno aggiunto una quarta categoria: il capitalismo mediterraneo di Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, in cui lo Stato svolge un ruolo molto importante nell’economia, la finanza e la borsa hanno un peso minore, e le imprese spesso sono guidate da un management familiare; il mercato del lavoro è parzialmente protetto e si osserva un notevole gap di genere. In parallelo, i regimi di welfare capitalism descrivono come lo Stato, il mercato e le famiglie interagiscono per fornire protezione sociale: tre misure chiave sono il livello di de-mercificazione del welfare e il grado di stratificazione sociale presente in un dato Paese. Sulla base di tali fattori si distinguono tre modelli di welfare capitalism: a) il modello scandinavo, che riflette una forte tradizione socialdemocratica, una partecipazione elevata dei lavoratori salariati, una estensione ampia dei servizi ad ampia parte della cittadinanza e una demercificazione significativa delle attività di welfare; b) il modello liberale, tipico degli USA, pro-mercato e poco interventista, caratterizzato da una demercificazione limitata e da un’elevata fiducia nelle capacità individuali; c) il modello conservatore, tipico dei paesi dell’Europa continentale, in cui l’acquisizione dei diritti sociali dipende dalla categoria professionale e si osservano differenze di status evidenti. Una quarta tipologia, come si è già detto, è il modello mediterraneo, in cui la famiglia e la parentela sostituiscono in parte l’azione statale nel welfare. Questi quadri concettuali permettono di comprendere la complessità delle politiche del lavoro e dei sistemi di protezione sociale nell’Europa del dopoguerra e nel mondo contemporaneo, evidenziando come la composizione istituzionale di uno Stato – Stato, mercato, famiglia – e la loro storia di denominazione e costruzione influenzino la forma e la portata del welfare.
Bibliografia
Gualmini E., Rizza R., Le politiche del lavoro, il Mulino, Bologna, 2013. .
https://www.sissco.it/articoli/cittadinanza-1075/alle-origini-dello-stato-sociale-nellitalia-repubblicana-la-ricezione-del-piano-beveridge-e-il-dibattito-nella-costituente-1084/ .
Riepilogo chiave
Il welfare state nasce dall’esigenza postbellica di assicurare redditi, diritti e servizi essenziali a tutta la popolazione, in modo da prevenire nuove forme di conflitto sociale e di consolidare la democrazia contro i totalitarismi. La dottrina economica del welfare, con Commons come figura di riferimento, sostiene che lo Stato debba intervenire per correggere le imperfezioni di mercato, mentre l’istituzionalismo enfatizza il ruolo dinamico di enti come famiglia, sindacati e Stato nel fornire prestazioni utili alla collettività.
Il piano Beveridge (requirementi: anni di sussidi infantili; estensione dei servizi sanitari; mantenimento dell’occupazione) organizza le protezioni sociali su tre pilastri – assicurazioni sociali, assistenza nazionale, assicurazione volontaria – e si fonda su sei principi di universalità e giustizia: di beneficio, contributo obbligatorio a quota fissa, unificazione della responsabilità amministrativa, adeguamento dei benefici a nuove esigenze, estensione delle coperture e classificazione delle categorie. Il modello Beveridge si propone di abolire il bisogno attraverso la protezione sociale e diventa testo base del welfare contemporaneo in Europa e oltre, imprimendo una logica di solidarietà che accompagna la lotta contro la povertà, la malattia e la disoccupazione.
Le politiche del lavoro si sviluppano in una cornice di influenza keynesiana: lo Stato deve intervenire per stimolare la domanda aggregata e garantire piena occupazione, soprattutto in contesti di forte massa di consumatori e dinamiche della produzione di massa. Esistono diverse tipologie di capitalismi e di regimi di welfare capitalism che spiegano le variazioni internazionali nelle politiche del lavoro: economie coordinate di mercato (es. Austria, Germania, Francia, Giappone) contro economie non coordinate di mercato (UK, USA), con la presenza di un modello mediterraneo che attraversa Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Le differenze si riflettono nel grado di demercificazione, nella stratificazione sociale e nelle relazioni tra stato, mercato e famiglia. Questi modelli spiegano anche la protezione del lavoro: maggiore protezione nei settori pubblici e grandi imprese, minore protezione in piccole aziende e servizi privati, con un notevole gender gap in alcune realtà. La letteratura ha poi aggiunto una quarta categoria, il capitalism mediterraneo, dove l’intervento statale è diffuso, la finanza è meno sviluppata e la gestione aziendale è spesso familiare, con differenze sostanziali nel mercato del lavoro e nel livello di protezione sociale.
Note: Il contenuto riflette l’andamento della lezione di Gerardo Cringoli sui contenuti storici ed economici del welfare state, con una focalizzazione su Commons, Beveridge, Keynes e le diverse configurazioni istituzionali dei regimi di welfare. Le citazioni temporali principali sono riportate all’interno del testo come riferimenti storici: (Commons), (Rapporto Beveridge), (concezione e pubblicazione iniziale del piano Beveridge), (commissione economisti nel New Deal), (periodo della legislazione sociale laburista e della ricostruzione europea). I dati quantitativi evidenziati includono la diffusione del Beveridge: vendita di oltre copie in venti/30 giorni (indicazioni presenti nel testo).